"Esiste uno stile cristiano di presenza anche nel mondo digitale: esso si concretizza in una forma di comunicazione onesta ed aperta, responsabile e rispettosa dell’altro" (Benedetto XVI)
sabato 15 novembre 2014
La vita è più grande
E poi ci sono i libri che arrivano all'improvviso, come un regalo inaspettato, come un goal in contropiede nei minuti di recupero.
Libri che ti costringono a scrivere che sei felice di averli trovati e di dirlo ai tuoi amici, a quelli che immediatamente possono capire.
Libri che ti fanno riaprire le pagine digitali di un blog che da tempo, per il troppo lavoro, ho trascurato, se non abbandonato.
Libri che hanno un titolo come questo: "La vita è più grande", che da solo basta a giustificarli, perché detto da un autore, e maestro, Giovanni Casoli, che più lontano non è possibile immaginare da ogni forma di sentimentalismo o emozionalismo romantico.
Libri che si aprono con una citazione di quelle definitive, di quelle che dopo averle lette e comprese resta ben poco altro da leggere e da capire, forse, nella vita. La citazione di un gigante della letteratura, F. M. Dostoevskij, di cui hai letto tante pagine ma non queste righe, queste parole:
"La vita è dappertutto, la vita è in noi stessi e non fuori di noi. Accanto a me ci saranno sempre degli esseri umani, ed essere umano tra gli uomini e restarlo sempre, in nessuna sventura svilirsi o perdersi d'animo: ecco in che consiste la vita, ecco il suo compito".
Ci sono libri, come questo, con una sola pagina di Premessa ma che ne vale cento, che spiega il titolo e ne squaderna il senso, che dopo non vorresti leggere altro, vorresti abbandonarlo il libro, per timore infantile di restarne deluso, perché a quest'altezza, a questa profondità, a questa verità, non si può resistere a lungo, come imparò a sua spese Pietro scendendo dal Monte Tabor.
"Primum vivere, deinde philosophari". Prima vivere, poi filosofare. La premessa della Premessa è un'altra citazione, stavolta apparentemente facile, di quelle che hanno il sapore consolatorio degli anni del Liceo. Eppure così per te non ha mai risuonato. Prima vivere, poi filosofare: a scuola e nel sentire comune suonava come ingiustamente liquidatoria di un certo approccio intellettuale alla vita, sentito come falso, inutile o forse solo troppo "faticoso" per uno studente adolescente e pigro. Messa come incipit a questo libro, da uno scrittore-professore che non ha mai insegnato letteratura senza parlare di filosofia, questa massima latina sembra ridetta per la prima volta, a consuntivo di una vita. Quella dell'autore, ma anche un po' la tua, che della "cultura" hai fatto la tua forza (nel tuo piccolo) ma anche il tuo scudo, la barriera difensiva (my wife knows what I mean).
Noi non viviamo solo in una crisi, viviamo nella crisi di una crisi, in cui durezza e cedimento si equivalgono. Così scrive Casoli, che è sempre stato lucido e spietato nella sua analisi dei tempi, dei costumi, delle mode e delle ideologie, indulgendo a volte ad una sua inclinazione leopardiana che noi suoi allievi ben comprendevamo. Eppure oggi aggiunge, in questa pagina, che la vita è più grande di ogni mistificazione. E a me suona come annuncio di speranza quasi inaspettato, che pure nulla sconta all'idiozia, alla durezza, all'ambiguità dei tempi che viviamo.
La vita smaschera, la vita eccede, la vita è più grande; offre sempre, e pur mutevolmente, una condizione di se stessa che supera ogni idea.
Ancora una citazione, l'ultima, dal patrimonio sterminato delle sue letture. Stavolta Cechov:
"La vita è terribile e meravigliosa (...), tutto era così meraviglioso che il fantastico di una favola impallidiva, si confondeva con la vita".
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mercoledì 13 agosto 2014
Il grande sipario
Allora mi chiedo: io, chi sono? Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri? Siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenti parvenze sul palcoscenico d'una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia di un prestigiatore nemico?
Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sé. Apocrifi noi tutti, ma apocrifo anche chi ci dirige o raffrena, chi ci accozza o divide: metafisici niente, noi è lui, mischiati a vanvera da un recidivo disguido; nasi di carnevale su teschi colmi di buchi e d'assenza.
Bellissimo il finale de Le menzogne della notte di Gesualdo Bufalino, sempre in bilico tra farsa e tragedia, facezia e dramma, finzione e verità, velamento e svelamento.
Il grande ingannatore, il governatore del carcere sull'isola, il diabolus ex machina, si ritrova alla fine ingannato, anzi peggio: con il dubbio di essere stato ingannato dalle sue stesse vittime, quattro briganti condannati a morte cui aveva surrettiziamente posto quest'alternativa: tradire il capo rivelandone il nome, e salvarsi; restare fedeli alla propria causa e morire. Un dilemma esistenziale da sciogliere nelle brevi ore di una notte (ma la veglia si trasforma in un veglione, le coscienze in maschere)
Non resta che il suicidio a porre fine a quella triste pantomima di che si rivela essere la vita, come se avessi nel pugno il cordone di un grande sipario di pezza.
Un grande Gesualdo Bufalino, lettura imprevista di questa estate.
mercoledì 30 luglio 2014
Scegli di essere gentile

So di non essere un normale ragazzino di dieci anni. Sì, insomma, faccio cose normali, naturalmente. Mangio il gelato. Vado in bicicletta. Gioco a palla. Ho l'Xbox. E cose come queste fanno di me una persona normale. Suppongo. E io mi sento normale. Voglio dire dentro. Ma so anche che i ragazzini normali non fanno fanno scappare via gli altri ragazzini normali tra urla e strepiti ai giardini. E so che la gente non li fissa a bocca aperta ovunque vadano. Se trovassi una lampada magica e potessi esprimere un desiderio, vorrei avere una faccia così normale da passare inosservato.
August, Auggie, è nato con la faccia deturpata da una tremenda malformazione (Non mi dilungo a descrivere il mio aspetto. Tanto, qualunque cosa stiate pensando, probabilmente è molto peggio).
Protetto dalla sua meravigliosa famiglia per i primi dieci anni della sua vita, adesso, per la prima volta, deve affrontare la scuola.
Inizia così il romanzo Wonder, di R.J. Palacio: l'intenso, divertente, emozionante racconto di un ragazzino che trova malgrado tutto il suo posto nel mondo, un libro con un grande cuore, un libro per i ragazzi e per i loro genitori: a me è stato segnalato da un padre, cui l'aveva consigliato il figlio.
Narrato in prima persona da August e dagli altri protagonisti, Wonder è un romanzo sull'amore incondizionato dei genitori nei confronti dei figli (Io la amo la tua faccia, Auggie - confida il padre), sull'amore bellissimo e difficile tra fratelli; un romanzo sulla scuola e l'insegnamento, sull'amicizia e la gestione delle relazioni, fin da piccoli. Un romanzo, infine, forse soprattutto, sulla gentilezza:
Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile.
...
Se ogni singola persona (...) assumesse come regola quella di cercare, ovunque si trovi e ogni qual volta ne abbia la possibilità, di comportarsi in modo un po' più gentile del necessario, qualcun altro, da qualche altra parte, un giorno, qualcun altro potrebbe riconoscere in voi, in ognuno di voi, il volto di Dio.
Sulla quarta di copertina c'è scritto: "Fatevi un favore, leggete questo libro, la vostra vita sarà migliore". Un consiglio senz'altro da condividere.
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lunedì 7 luglio 2014
Alla deriva
Sul ponte di coperta c'è un odore nauseabondo. I migranti non si sono potuti lavare per giorni. L'odore di sudore si mescola con quello dei gabinetti chimici e dell'urina. Quando ci si trova ammassati su una barca, senza potersi muovere, si è costretti a farsela addosso. Un uomo dell'equipaggio racconta che di notte i profughi sui barconi non si vedono, ma se ne percepisce l'odore.
Sulla rivista Internazionale il servizio della giornalista olandese Pauline Valkenet, a bordo della San Giorgio, una delle navi della marina che soccorrono i barconi carichi di migranti e profughi.
Tra loro sempre tanti bambini. Ogni volta che salgono a bordo, il medico della marina, una dottoressa, si mette nei panni dei genitori: quanto bisogna essere disperati per rischiare la fragile vita di un figlio in un viaggio pericoloso come questo?
Già. Quanto bisogna essere disperati?
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Coloro che rispondono al nome di uomini

Ho finito di leggere un libro grande (750 pagine) ma soprattutto un grande libro, "immortale e terribile", come lo definisce Giovanni Casoli: Vita e destino di Vasilij Grossman (Biblioteca Adelphi). Il racconto realistico dell'assedio di Stalingrado da parte delle truppe tedesche, della follia nazista e dell'altrettanto folle e disumana dittatura sovietica.
Iniziava un nuovo giorno e la guerra si preparava a riempirlo generosamente, fino all'orlo, di fumo, pietrisco, ferro e bende sporche e insanguinate. I giorni precedenti non erano stati diversi. Al mondo non c'era altro che quella terra arata dal ferro, quel cielo in fiamme.
Finito di scrivere nel 1960 da uno scrittore "fra i più noti del realismo socialista sovietico e corrispondente di guerra di immensa popolarità", il manoscritto fu confiscato dal KGB nel 1961 (insieme alla carta carbone, alle minute e persino ai nastri della macchina per scrivere). L'autore morirà di cancro a Mosca nel 1964. L'opera vedrà la luce in Svizzera nel 1980, ma in forma lacunosa, infine in Russia, nella versione integrale, ma solo nel 1990.
Dentro la Grande Storia, le storie di vita di tanti personaggi piccoli e grandi (anche Hitler e Stalin vengono ritratti nella loro piccola e delirante umanità), tutti alle prese con il loro destino. Soldati semplici e generali, operai e scienziati, uomini del partito e prigionieri politici, russi e tedeschi, mogli, mariti, amanti, figli e figlie, vecchi e giovani, vivi e morti (...tutti sono colpevoli di fronte a una madre che ha perso il figlio in guerra). Una grande epopea umana dagli accenti biblici, sferzata dalla violenza della guerra, dello Stato, del destino.
Il tempo è lo spazio trasparente in cui gli uomini nascono, si muovono e scompaiono senza lasciare traccia... Nel tempo nascono e muoiono anche le grandi città. Il tempo le crea e il tempo le distrugge.
Pagine memorabili sull'amore, la bontà, il dolore (...di enorme ed eterno come la terra c'era il dolore), la morte, la pietà, la scienza, la libertà dell'uomo e la sua dignità (...grande è la forza di una parola intelligente e libera), ma anche il suo contrario, la debolezza, le nefandezze, i tradimenti, la brutalità, l'infamia, la stupidità.
Il 15 settembre dell'anno passato ho visto giustiziare ventimila ebrei, donne, vecchi e bambini. Quel giorno ho capito che Dio non può aver permesso nulla di simile, e mi è parso evidente che non esiste.
...
- Là dove c'è violenza, regna il dolore e scorre il sangue. Le ho viste io, le sofferenze immani dei contadini, e la collettivizzazione era fatta a fin di bene. Non ci credo, io, nel bene, io credo nella bontà.
- Dunque, a sentire lei, dovremmo inorridire anche quando, a fin di bene, qualcuno impiccherà Hitler o Himmler...
- Se lo chiede a Hitler, le dirà che anche questo lager è a fin di bene.
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Il secolo di Einstein e Planck era diventato anche il secolo di Hitler. La Gestapo e il Rinascimento scientifico erano figli della stessa epoca... I principi del nazismo e quelli della fisica contemporanea si somigliavano in modo terrificante. Il nazismo aveva respinto il concetto di individuo singolo, il concetto di persona, e agiva per insiemi enormi. La fisica contemporanea parlava di maggiori o minori probabilità dei fenomeni nel tale o talaltro insieme di individui fisici. Ma nel suo meccanismo spaventoso il nazismo non si fondava forse sulla legge della politica dei quanti, della probabilità politica? Il nazismo era pervenuto all'idea di eliminare interi strati della popolazione, insiemi legati dalla razza o dall'etnia, sulla base del fatto che in quegli strati e sottostrati la possibilità di un'opposizione nascosta o manifesta era maggiore che altrove. La meccanica delle probabilità e degli insiemi umani. E invece no! Il nazismo è destinato a perire proprio perché vuole applicare all'uomo le leggi degli atomi e dei ciottoli!
...
Si strinse la mano al petto perché i battiti del suo cuore non disturbassero il loro sonno. In quella penombra provava un senso fortissimo e struggente di tenerezza, angoscia e pena per i suoi figli. Aveva voglia di abbracciarli tutti quanti, il maschio e la femmina, di baciare i loro visini addormentati. In quella stanza provava una tenerezza impotente, un amore irrazionale, e in quella stanza si perdeva d'animo, turbato, debole.
...
La violenza estrema dei sistemi totalitari si è mostrata capace di paralizzare i cuori su interi continenti... Per sopravvivere l'istinto scende a patti con la coscienza. In suo soccorso sopraggiunge la forza ipnotica di idee grandiose. Che esortano a compiere qualunque sacrificio, a usare qualunque mezzo pur di raggiungere lo scopo supremo: la grandezza futura della Patria, la felicità del genere umano, di una nazione o di una classe, il progresso mondiale. Ma accanto all'istinto di conservazione e alla fascinazione delle teorie esiste anche una terza forza: la paura al cospetto della violenza senza limiti di uno Stato potente, il terrore di fronte all'assassinio posto a fondamento della quotidianità. In uno Stato totalitario la violenza è talmente grande che smette di essere strumento e diviene oggetto di culto e di esaltazione mistica e religiosa.
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L'unica ragione ed eterna della lotta per la vita è l'uomo, la sua pudica unicità, il suo diritto a essere unico.
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Si stupì che il cuore umano potesse essere tanto grande da costringere la guerra a farsi da parte.
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Ha una dote straordinaria, la steppa. Una dote che possiede sempre, all'alba, in inverno e in estate, nelle notti scure di tempesta e in quelle terse. Perché sempre e comunque la steppa parla all'uomo di libertà. E la ricorda a chi l'ha perduta.
...
E dunque oltre al bene grande e minaccioso (in nome del quale - è il pensiero ricorrente di Grossman - si compiono da sempre le peggiori atrocità) esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie che, a rischio della propria vita, fanno avere a mogli e madri le lettere dei prigionieri. È la bontà dell'uomo per l'altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà degli uomini oltre al bene religioso e sociale... E questa bontà sciocca (illogica, fortuita) è quanto di umano c'è nell'uomo, è ciò che lo contraddistingue, è l'altezza cui lo spirito umano si eleva. La vita non è il male, ci dice.
Innumerevoli gli spunti e le suggestioni, il nucleo tematico di questo grande romanzo si raccoglie intorno al rapporto drammatico e decisivo, nella vita di ogni uomo, tra libertà e destino, come suggerisce il titolo stesso.
Chi ha peccato ha conosciuto sulla sua pelle la potenza - sterminata - dello Stato totalitario, una forza tremenda che incatena la libertà umana con la propaganda, la fame, la solitudine, col lager, la minaccia di morte, l'anonimato, l'ignominia. Ma a ogni passo che compie sotto la minaccia della miseria, della fame, del lager e della morte, l'uomo ha sempre e comunque accanto la propria volontà, libera e senza catene... Il destino prende per mano l'uomo e l'uomo diventa strumento di forze di sterminio: perché ci guadagna, non perché ci perde. Lui lo sa bene e sceglie di guadagnarci.
La dignità dell'uomo, dentro la tragedia della storia così come nella vita di ogni giorno, risiede alla fine nella sua capacità di restare umano, pur tra errori e fallimenti.
Sebbene confusi, colmi di amarezze, di dubbi e di segreto dolore, tutti speravano di trovare la felicità... Anche lei, vecchia com'era, campava di speranze, non perdeva la fiducia ma aveva paura del male, era piena di angosce per i vivi e non li distingueva dai morti. Era lì, in piedi a guardare le rovine della sua casa, a godersi il cielo di primavera senza neanche rendersene conto... (Ma) lo conosceva, lo capiva con tutto il cuore il senso della vita che era toccata a lei e ai suoi cari, e per quanto né lei né loro potessero dire cosa avesse in serbo la sorte, e per quanto sapessero tutti che in epoche tremende l'uomo non è più artefice del proprio destino e che è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria...., tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose e ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era già morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e ciò che resta.
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venerdì 25 aprile 2014
Nessuno te l'ha detto
Morirono per la libertà,
essi, a cui i padri non avevano insegnato
a vivere liberi.
Ai martiri della Resistenza antifascista e antinazista, la grande poetessa Elena Bono, da poco scomparsa ultranovantenne, ha dedicato versi indimenticabili eppure ancora troppo poco conosciuti.
Per festeggiare la Festa odierna della Liberazione, e rendere contemporaneamente omaggio a questa grande poetessa, animata da una profondissima fede cattolica, ho scelto questi versi meravigliosi dalle "Stanze per Rinaldo Simonetti", detto "Cucciolo", fucilato per la libertà, appena bambino, nei boschi di Chiavari.
La poesia è composta di tre parti (stanze). Salto la prima, per lasciare spazio all'avvio folgorante della seconda. La terza stanza ci porta improvvisamente in una dimensione mistica, ultraterrena.
II
Fucilato è una parola importante
e tu te ne fai bello
nel tuo cimiterino
fra i candidi vecchioni
e i bambini lattanti
e le ragazze che invece dell'arancio
ebbero una corona di fiori di carta.
T'ascoltano tutti
con grave attenzione ammirati,
ma che cos'è la libertà
questo non ci riesci
per quanto ti provi
a spiegarlo
e finisce che sempre
con un grosso sospiro
ti smarrisci a guardare
nuvole e nebbie che vanno
insieme alla luna.
I morti nella terra
i vivi nelle case,
gli altri prendono sonno
e soli ad ora ad ora
gridano i galli.
Supino ancora guardi
quelle lunari nuvole andare
di là dai castagni
come una volta.
III
Nessuno te l'ha detto
che un animo da re ci vuole
per entrare negli alti
palazzi della morte,
non da qualunque porta
alla rinfusa gettati
ma dalla grande entrata
a testa dritta
graziosamente
recando le ferite come fiori in dono
mentre il Signore si affretta all'incontro
giù per la scalea aprendo le braccia.
Nessuno te l'ha detto,
ragazzo di campagna.
Ma così tu sei entrato.
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lunedì 10 febbraio 2014
domenica 9 febbraio 2014
Una dietro l'altra
Una dietro l'altra, le baracche formavano strade ampie e dritte. La ferocia disumana dell'enorme lager si esprimeva in quella regolarità perfetta. Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene - e non ce ne sono - due perfettamente identiche. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne.
Vasilij Grossman, Vita e destino
sabato 8 febbraio 2014
Vale la pena
Riprendo a scrivere, ma soprattutto a leggere, dopo moltissimo tempo. Mi imbatto per caso, dentro casa, nella lettura di un libretto che non so neanche come è finito sul mio comodino. Sono 4 racconti di Ernest Hemingway raccolti nel volume "Sotto il crinale", tutti ambientati nella Spagna della guerra civile. Conservo nella memoria le poche frasi che qui appunto:
"Qualunque atto di bontà si possa fare nella propria vita, per piccolo che sia, vale senz'altro la pena di farlo" (La denuncia)
"Questa gaiezza malintesa che si scontra con la mortale serietà" (La farfalla e il carro armato)
"Quando le cose vanno bene e sei tu a sentirti giù di corda, un bicchiere può farti sentir meglio. Ma quando sono le cose ad andar male, e tu bene, un bicchiere non può far altro che chiarirti ulteriormente il concetto" (La sera prima della battaglia)
"Qual è la tua linea politica?" "Odio tutti gli stranieri" disse. "È un programma piuttosto vasto". "Odio i mori, gli inglesi, i francesi, gli italiani, i tedeschi, i nordamericani e i russi" (Sotto il crinale)
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lunedì 2 settembre 2013
Difficilissimo
Prendo questa citazione dalla pagina Facebook di un giovane scrittore italiano, Enrico Macioci. Esprime perfettamente il mio rapporto non solo con la scrittura ma anche con la lettura. Nel senso che possono esserci autori "facili" e altri più difficili, ma in tutti cerco - da lettore - questo atteggiamento umile (il senso di inadeguatezza) nei confronti della scrittura e della stessa realtà da raccontare. Di norma è una garanzia di qualità.
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