sabato 10 ottobre 2015

L'architrave


Due giorni di esercizi spirituali dedicati al tema della Misericordia, alla luce della predicazione di Papa Francesco e in vista del prossimo Giubileo (ma anche del Sinodo in corso). Alcune delle cose che ho imparato, grazie alla teologa Stella Morra (Dio non si stanca. La misericordia come forma ecclesiale, EDB)

La misericordia, scrive Papa Francesco nella bolla d'indizione del Giubileo (Misericordiae Vultus), è l'architrave che sorregge la vita della chiesa. Proprio così, l'architrave.

Immagine di sorprendente quanto inequivoca solidità, che non corrisponde a quell'accezione vaga e sentimentale con la quale connotiamo invece solitamente il termine misericordia o l'aggettivo misericordioso. Essere misericordiosi: un'attitudine che sì ci piace, ma che guardiamo con malcelata diffidenza (dove andremo a finire se siamo troppo misericordiosi, che ne sarà della giustizia; va bene la misericordia, ma fino a un certo punto...). Una specie di buonismo in salsa cattolica.

Nulla di tutto questo. La misericordia di cui sembra parlare Francesco non è un vago sentimento dell'anima. Non sarebbe del resto un'architrave: un sentimento generico non è in grado di sorreggere nulla. Nessun sentimentalismo, dunque, e nessun individualismo: la misericordia non è un fatto personale o caratteriale. Non è neanche una coloritura spirituale. Parliamo piuttosto di misericordia come categoria teologica.

Se la fede è la risposta alla buona notizia del Vangelo: Siete infinitamente amati da Dio in quanto peccatori (non nonostante siate peccatori), la misericordia sarà allora il modo in cui rendiamo vivibile e visibile questa fede, sarà l'architrave della vita della Chiesa perché ne costituirà la logica fondamentale, procedurale, e il criterio di giudizio. 

Logica sta per regola grammaticale, sintassi di base, programma di sistema, come nei pc. La misericordia deve essere il sistema operativo, la logica procedurale della Chiesa. Criterio di giudizio, significa che la misericordia non è, come spesso erroneamente si pensa, assenza di giudizio, non significa che ci va bene tutto, ma che c'è un giudizio diverso, non giuridico e presunto oggettivo. Quando Gesù dice che pubblicane e prostitute ci precederanno nel Regno dei cieli, esprime chiaramente un giudizio di preferenza e precedenza.  La misericordia è un modo diverso di giudicare, un'altra forma di giudizio, un criterio non-giuridico di giudicare, di cui abbondano gli esempi nel Vangelo (le parabole del Padre misericordioso, dei talenti, dei lavoratori della vigna che ricevono lo stesso compenso pur avendo lavorato poche ore).

Si tratta per la Chiesa di un rovesciamento totale di prospettiva, perché da qualche secolo ormai ha scelto la dottrina come architrave, non la misericordia, ha identificato con la dottrina la vivibilità e visibilità della fede e la dottrina è diventata logica procedurale e criterio di giudizio. Eppure in Gesù non è così, non è la dottrina a far la differenza. Non perde nulla la dottrina da questo capovolgimento, non deve cambiare, non diventa meno vera. Resta ciò che illumina e spiega la fede, non ciò che la giudica.




lunedì 21 settembre 2015

Quando sarà il momento


Altra poesia ed altro autore che non conoscevo, colpevolmente. Giovanni Cristini (1925-1995), poeta dalla vocazione mistica, discepolo di don Primo Mazzolari, erede di Rebora e Turoldo.

Quando sarà il momento, Signore, 
concedimi di portare con me 
il fico grande del giardino di Montaldo, 
l'aiuola con le rose e con l'ibisco, 
uno spruzzo di mare con le sue onde lucenti, 
il Campanile Basso del Brenta 
e l'allegro sorriso dei miei figli. 
E lascia ancora che porti con me 
il piccolo scrittoio in camera da letto 
perché possa vedere per sempre 
mia moglie che scrive al lume della lampada 


(Giovanni Cristini, Poesie 1978-1995)




Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente


Conosco poco, e solo di fama, Edmondo De Amicis, lo scrittore di "Cuore". Non conoscevo o non ricordavo la sua produzione letteraria e culturale legata al tema dell'immigrazione.  Non avevo mai sentito questa poesia - Gli emigranti - del 1882, che De Amicis dedica alla partenza di un gruppo di italiani dal porto di Genova.

Al netto della retorica tardo-risorgimentale, dell'intento pedagogico e sociologico dei suoi versi "socialisti" e patriottici, c'è la capacità di riconoscere e raccontare in endecasillabi - alcuni particolarmente incisivi - l'umanità dolente che ancora oggi vediamo partire da altri porti e con imbarcazioni ancora più precarie (Nessun naviglio maestoso e lento): Tutti vanno a soffrir, molti a morire.


Cogli occhi spenti, con le guance cave
Pallidi, in atto addolorato e grave, 
Sorreggendo le donne affrante e smorte, 
Ascendono la nave 
Come s’ascende il palco de la morte

E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra. 
Altri un misero involto, altri un patito 
Bimbo, che gli s’afferra 
Al collo, dalle immense acque atterrito.

Salgono in lunga fila, umili e muti
E sopra i volti appar bruni e sparuti 
Umido ancora il desolato affanno 
Degli estremi saluti 
Dati ai monti che più non rivedranno.

Salgono, e ognuno la pupilla mesta 
Sulla ricca e gentil Genova arresta, 
Intento in atto di stupor profondo, 
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo. 

Ammonticchiati là come giumenti 
Sulla gelida prua morsa dai venti, 
Migrano a terre inospiti e lontane; 
Laceri e macilenti, 
Varcano i mari per cercar del pane.

Traditi da un mercante menzognero
Vanno, oggetto di scherno allo straniero
Bestie da soma, dispregiati iloti, 
Carne da cimitero
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta 
La fame, in terre ove altra gente è morta; 
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta, 
Essi così vanno di mondo in mondo.

Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro, 
Frutto segreto d’infiniti stenti, 
E le donne con loro, 
Istupidite martiri piangenti

Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora, 
Dove sudano mille e campa un solo

E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti, 
E le chiesette candide, e i pacati 
Laghi cinti di piante, 
E i villaggi tranquilli ove son nati! 

E ognuno forse sprigionando un grido, 
Se lo potesse, tornerebbe al lido; 
Tornerebbe a morir sopra i nativi 
Monti, nel triste nido 
Dove piangono i suoi vecchi malvivi. 

Addio, poveri vecchi! In men d’un anno 
Rosi dalla miseria e dall’affanno, 
Forse morrete là senza compianto, 
E i figli nol sapranno, 
E andrete ignudi e soli al camposanto

Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora 
Dai muti clivi che il tramonto indora 
La man levate i figli a benedire.... 
Benediteli ancora: 
Tutti vanno a soffrir, molti a morire

Ecco il naviglio maestoso e lento 
Salpa, Genova gira, alita il vento. 
Sul vago lido si distende un velo, 
E il drappello sgomento 
Solleva un grido desolato al cielo.

Chi al lido che dispar tende le braccia. 
Chi nell’involto suo china la faccia, 
Chi versando un’amara onda dagli occhi 
La sua compagna abbraccia, 
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi

E il naviglio s’affretta, e il giorno muore, 
E un suon di pianti e d’urli di dolore 
Vagamente confuso al suon dell’onda 
Viene a morir nel core 
De la folla che guarda da la sponda.

Addio, fratelli! Addio, turba dolente! 
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente
V’allieti il sole il misero viaggio; 
Addio, povera gente, 
Datevi pace e fatevi coraggio. 

Stringete il nodo dei fraterni affetti. 
Riparate dal freddo i fanciulletti, 
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane, 
Sfidate uniti e stretti 
L’imperversar de le sciagure umane.




martedì 4 agosto 2015

Quello che accade al mondo


Il libro della natura è uno e indivisibile. Il mondo è qualcosa di più di un problema da risolvere, è un mistero da contemplare: in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. Perchè l'universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. 

E poi ancora.

Ogni creatura riflette qualcosa di Dio e ha un messaggio da trasmetterci. Ogni creatura canta l'inno della sua esistenza. Insieme a tutte le creature, camminiamo su questa terra cercando Dio. Il divino e l'umano si incontrano nel più piccolo dettaglio della creazione, persino nell'ultimo granello di polvere del nostro pianeta.

Sono alcune delle espressioni e delle immagini che ho trovato più belle tra le pagine dell'enciclica ecologica di papa Francesco, Laudato si'Non sono un esperto di tematiche ambientali: il linguaggio poetico, evocativo, è ciò che più mi colpisce, insieme all'approccio globale - "ecologia integrale", la chiama - che mette insieme lo sguardo e la riflessione politica ed economica, sociale ed etica, teologica ed ecclesiale. Ogni approccio parziale, settoriale - teorizza Francesco - è un approccio insufficiente. La tecnologia, in particolare, che "pretende di essere l'unica soluzione dei problemi, non è in grado di vedere il mistero  delle relazioni che esistono tra le cose".

Citando il patriarca ortodosso Bartolomeo il papa denuncia: "Un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio". Della crisi ecologica occorre prendere "dolorosa coscienza". Ancora meglio, bisogna: "Trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo". Bellissimo. Ai credenti rimprovera invece la negazione del problema, l'indifferenza, la rassegnazione comoda, la fiducia cieca nelle soluzioni tecniche.

I nemici dell'ambiente sono il "paradigma tecnocratico dominante" - con i suoi risvolti finanziari - e l'ossessione consumistica. Disegna scenari apocalittici, papa Francesco, pur senza abbandonare mai la speranza. 

"Questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi. Mai l'umanità ha avuto tanto potere su se stessa e niente garantisce che lo userà bene". Stiamo affondando in una "spirale di autodistruzione"Eppure, non tutto è perduto, "perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all'estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi".

Ma il punto decisivo è questo, che il papa ribadisce con insistenza.

La preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l'impegno nella società e la pace interiore sono "inseparabili". C'è una "intima relazione" tra i poveri e la fragilità del pianeta, perché tutto nel mondo è intimamente connesso. 

Ne consegue che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale. Il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri essere della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c'è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. La scomparsa di una cultura, ad esempio, può esser grave come e più della scomparsa di una specie animale o vegetale.

È di nuovo l'approccio integrale.

Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovoNon c'è ecologia senza un'adeguata antropologia. Allo stesso modo, "non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale". Ogni lesione della solidarietà e dell'amicizia civica provoca danni ambientali. 

Bella, per finire, a questo proposito, la provocazione sul debito estero dei paesi poveri, accanto al quale - dice il papa - occorre pure considerare il "debito ecologico" dei paesi ricchi, in termini di inquinamento e consumo delle risorse.








mercoledì 15 luglio 2015

Un ricamo fatto sul nulla


I nostri antenati di antenati, di Italo Calvino. La raccolta delle tre 'favole' moderne Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, scritte e pubblicate tra il il 1950 e il 1960. Un classico della letteratura scolastica, un libro troppo perfetto - vale come critica - per essere vero, compresa la nota dell'autore, che spiega e interpreta se stesso scrittore e il senso del suo lavoro: "un albero genealogico degli antenati dell'uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso". L'uomo dimidiato contemporaneo, alienato o represso, per dirla con Marx o con Freud (il visconte). L'intellettuale impegnato amico del popolo ma dal popolo separato, l'illuminista rivoluzionario con un'etica religiosa ma senza religione (il barone). L'uomo che ha perso completamente se stesso, annullato nella sua identità e individualità (il cavaliere).

"Anziché sforzarmi di scrivere il libro che io dovevo scrivere - afferma Calvino nell'introduzione - il romanzo che ci si aspettava da me, preferivo immaginarmi il libro che mi sarebbe piaciuto leggere". E ancora, nella nota conclusiva: "Questa formula del divertimento io l'ho sempre intesa che chi deve divertirsi è il lettore". E in effetti, i nostri antenati è un libro molto divertente, ironico e fantasioso, come sarà sempre lo stile dominante di Calvino, ma anche un libro segnato da una profonda venatura di tristezza: la storia di questi protagonisti e il loro stesso funambolico racconto ("questo filo d'inchiostro") alla fine è "un ricamo fatto sul nulla", che pare il giudizio definitivo sull'esistenza umana.



mercoledì 14 gennaio 2015

L'incantesimo della memoria


E tuttavia, come mi sorprendo spesso a constatare, certe cosa hanno una loro maniera di fare ritorno, inaspettate e impreviste, magari dopo una più che lunga assenza.

Scriveva il critico Pietro Citati, qualche anno fa: "Con mio dolore, gli italiani non leggono Sebald: o lo leggono poco. Forse lo trovano «difficile». Ma tutta la vera letteratura è difficile, perché trasforma punti di vista, cambia lo sguardo, l'udito, i pensieri, le sensazioni degli esseri umani. Nato nel 1944, Sebald è stato il maggiore tra gli scrittori della sua generazione: nel mondo, non solo in Germania. Nessuno possedeva la sua passione, intelligenza, cultura, densità stilistica, tragedia. Nessuno aveva il suo dono fondamentale: trasformare la vocazione metafisica in scienza naturale e la scienza naturale in vocazione metafisica".

A me gli scrittori difficili piacciono, mi sono sempre piaciuti, per partito preso, per pregiudizio. E' verso la facilità di lettura che sono diffidente, ma in parte è un mio limite. Quando sento dire di un libro: è bello, si legge velocemente; penso subito male di quel libro e del suo autore (in parte anche del lettore...)

Winfried Sebald non corre questo rischio, con la sua scrittura caratterizzata da una meticolosità descrittiva sicuramente non conciliante - una scrupolosità maniacale, dice lui stesso di sé, ossessiva e sempre più paralizzante - in particolare nella ricostruzione degli ambienti, interni ed esterni: stanze, case, edifici, strade, parchi, giardini, paesaggi.

Non è un vezzo il suo (sarebbe insopportabile), ma appunto una "vocazione metafisica", una una forma attraverso la quale si esprime il suo rapporto drammatico con la realtà o piuttosto con la memoria, con il ricordo, come in questo libro, Gli Emigrati:

Una volta colpiti dall'incantesimo, bisogna continuare con il lavoro incominciato - in questo caso dunque il ricordo, la scrittura e la lettura, finché non schianta il cuore.

Il mestiere di scrittore, dunque, e prima ancora il ricordo, come incantesimo crudele, come dannazione, ma anche come parziale salvezza contro l'oblio.

Gli Emigrati racconta le storie, intrecciate alla vita dell'autore, di quattro personaggi legati alle vicende del popolo ebraico, spaesati ed errabondi. Sebald ne ripercorre il cammino andando in cerca di amici e testimoni, diari, documenti, ritagli di giornali, fotografie, cartoline, e intessendo come sempre parola e immagine fotografica in un’investigazione che è anche indagine sul proprio sradicamento.

Sono storie di solitudine, isolamento, annichilimento (una reiterata istanza di congedo), spaesamento, incomprensione:

E si diventava di giorno in giorno, di ora in ora, da una pulsazione del cuore all'altra sempre più incomprensibili, più poveri di qualità, più astratti... sempre a una distanza di circa 2000 chilometri in linea d'aria - ma a una distanza da dove?

Storie caratterizzate da esiti tragici: il suicidio, la pazzia. Personaggi afflitti da un dolore insanabile (A un certo stadio il dolore cancella il proprio presupposto: la coscienza), da un rapporto insoluto con la memoria spesso fuggita o misconosciuta delle origini (Non volendo che più nulla e nessuno mi ricordasse le mie origini).

Ma allo struggente desiderio dei personaggi...di veder distrutti in sé, nel modo più radicale e irrevocabile, il raziocinio e la memoria si oppone l'ostinazione (l'incantesimo) dello scrittore che non vuole dimenticare, non vuole abbandonare quelle storie all'oblio, prende in mano il filo nascosto di quelle esistenze e prova pazientemente a dipanarlo, finché è in tempo.

Non a caso il libro finisce con la visione onirica delle tre Parche dallo sguardo implacabile, con in mano il fuso, il filo e le forbici. Tagliato il filo, smette ogni racconto. E scende l'oblio.

Ho spesso l'impressione...che il ricordo sia una forma di stoltezza. Ci rende la testa pesante, ci dà le vertigini, come se non si stesse guardando all'indietro attraverso le fughe del tempo, bensì giù verso la terra da grandi altitudini, da una di quelle torri che si perdono nel cielo.

Di Sebald avevo già scritto qui e qui, ringraziando l'amico caro che me lo aveva fatto conoscere.

sabato 15 novembre 2014

La vita è più grande


E poi ci sono i libri che arrivano all'improvviso, come un regalo inaspettato, come un goal in contropiede nei minuti di recupero.

Libri che ti costringono a scrivere che sei felice di averli trovati e di dirlo ai tuoi amici, a quelli che immediatamente possono capire.

Libri che ti fanno riaprire le pagine digitali di un blog che da tempo, per il troppo lavoro, ho trascurato, se non abbandonato.

Libri che hanno un titolo come questo: "La vita è più grande", che da solo basta a giustificarli, perché detto da un autore, e maestro, Giovanni Casoli, che più lontano non è possibile immaginare da ogni forma di sentimentalismo o emozionalismo romantico.

Libri che si aprono con una citazione di quelle definitive, di quelle che dopo averle lette e comprese resta ben poco altro da leggere e da capire, forse, nella vita. La citazione di un gigante della letteratura, F. M. Dostoevskij, di cui hai letto tante pagine ma non queste righe, queste parole:

"La vita è dappertutto, la vita è in noi stessi e non fuori di noi. Accanto a me ci saranno sempre degli esseri umani, ed essere umano tra gli uomini e restarlo sempre, in nessuna sventura svilirsi o perdersi d'animo: ecco in che consiste la vita, ecco il suo compito".

Ci sono libri, come questo, con una sola pagina di Premessa ma che ne vale cento, che spiega il titolo e ne squaderna il senso, che dopo non vorresti leggere altro, vorresti abbandonarlo il libro, per timore infantile di restarne deluso, perché a quest'altezza, a questa profondità, a questa verità, non si può resistere a lungo, come imparò a sua spese Pietro scendendo dal Monte Tabor.

"Primum vivere, deinde philosophari". Prima vivere, poi filosofare. La premessa della Premessa è un'altra citazione, stavolta apparentemente facile, di quelle che hanno il sapore consolatorio degli anni del Liceo. Eppure così per te non ha mai risuonato. Prima vivere, poi filosofare: a scuola e nel sentire comune suonava come ingiustamente liquidatoria di un certo approccio intellettuale alla vita, sentito come falso, inutile o forse solo troppo "faticoso" per uno studente adolescente e pigro. Messa come incipit a questo libro, da uno scrittore-professore che non ha mai insegnato letteratura senza parlare di filosofia, questa massima latina sembra ridetta per la prima volta, a consuntivo di una vita. Quella dell'autore, ma anche un po' la tua, che della "cultura" hai fatto la tua forza (nel tuo piccolo) ma anche il tuo scudo, la barriera difensiva (my wife knows what I mean).

Noi non viviamo solo in una crisi, viviamo nella crisi di una crisi, in cui durezza e cedimento si equivalgono. Così scrive Casoli, che è sempre stato lucido e spietato nella sua analisi dei tempi, dei costumi, delle mode e delle ideologie, indulgendo a volte ad una sua inclinazione leopardiana che noi suoi allievi ben comprendevamo. Eppure oggi aggiunge, in questa pagina, che la vita è più grande di ogni mistificazione. E a me suona come annuncio di speranza quasi inaspettato, che pure nulla sconta all'idiozia, alla durezza, all'ambiguità dei tempi che viviamo.

La vita smaschera, la vita eccede, la vita è più grande; offre sempre, e pur mutevolmente, una condizione di se stessa che supera ogni idea.

Ancora una citazione, l'ultima, dal patrimonio sterminato delle sue letture. Stavolta Cechov:

"La vita è terribile e meravigliosa (...), tutto era così meraviglioso che il fantastico di una favola impallidiva, si confondeva con la vita".






mercoledì 13 agosto 2014

Il grande sipario


Allora mi chiedo: io, chi sono? Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri? Siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenti parvenze sul palcoscenico d'una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia di un prestigiatore nemico?
Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sé. Apocrifi noi tutti, ma apocrifo anche chi ci dirige o raffrena, chi ci accozza o divide: metafisici niente, noi è lui, mischiati a vanvera da un recidivo disguido; nasi di carnevale su teschi colmi di buchi e d'assenza.

Bellissimo il finale de Le menzogne della notte di Gesualdo Bufalino, sempre in bilico tra farsa e tragedia, facezia e dramma, finzione e verità, velamento e svelamento.

Il grande ingannatore, il governatore del carcere sull'isola, il diabolus ex machina, si ritrova alla fine ingannato, anzi peggio: con il dubbio di essere stato ingannato dalle sue stesse vittime, quattro briganti condannati a morte cui aveva surrettiziamente posto quest'alternativa: tradire il capo rivelandone il nome, e salvarsi; restare fedeli alla propria causa e morire. Un dilemma esistenziale da sciogliere nelle brevi ore di una notte (ma la veglia si trasforma in un veglione, le coscienze in maschere)

Non resta che il suicidio a porre fine a quella triste pantomima di che si rivela essere la vita, come se avessi nel pugno il cordone di un grande sipario di pezza.

Un grande Gesualdo Bufalino, lettura imprevista di questa estate.





mercoledì 30 luglio 2014

Scegli di essere gentile


So di non essere un normale ragazzino di dieci anni. Sì, insomma, faccio cose normali, naturalmente. Mangio il gelato. Vado in bicicletta. Gioco a palla. Ho l'Xbox. E cose come queste fanno di me una persona normale. Suppongo. E io mi sento normale. Voglio dire dentro. Ma so anche che i ragazzini normali non fanno fanno scappare via gli altri ragazzini normali tra urla e strepiti ai giardini. E so che la gente non li fissa a bocca aperta ovunque vadano. Se trovassi una lampada magica e potessi esprimere un desiderio, vorrei avere una faccia così normale da passare inosservato.

August, Auggie, è nato con la faccia deturpata da una tremenda malformazione (Non mi dilungo a descrivere il mio aspetto. Tanto, qualunque cosa stiate pensando, probabilmente è molto peggio).

Protetto dalla sua meravigliosa famiglia per i primi dieci anni della sua vita, adesso, per la prima volta, deve affrontare la scuola.

Inizia così il romanzo Wonder, di R.J. Palacio: l'intenso, divertente, emozionante racconto di un ragazzino che trova malgrado tutto il suo posto nel mondo, un libro con un grande cuore, un libro per i ragazzi e per i loro genitori: a me è stato segnalato da un padre, cui l'aveva consigliato il figlio.

Narrato in prima persona da August e dagli altri protagonisti, Wonder è un romanzo sull'amore incondizionato dei genitori nei confronti dei figli (Io la amo la tua faccia, Auggie - confida il padre), sull'amore bellissimo e difficile tra fratelli; un romanzo sulla scuola e l'insegnamento, sull'amicizia e la gestione delle relazioni, fin da piccoli. Un romanzo, infine, forse soprattutto, sulla gentilezza:

Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile.

...

Se ogni singola persona (...) assumesse come regola quella di cercare, ovunque si trovi e ogni qual volta ne abbia la possibilità, di comportarsi in modo un po' più gentile del necessario, qualcun altro, da qualche altra parte, un giorno, qualcun altro potrebbe riconoscere in voi, in ognuno di voi, il volto di Dio.

Sulla quarta di copertina c'è scritto: "Fatevi un favore, leggete questo libro, la vostra vita sarà migliore". Un consiglio senz'altro da condividere.


lunedì 7 luglio 2014

Alla deriva


Sul ponte di coperta c'è un odore nauseabondo. I migranti non si sono potuti lavare per giorni. L'odore di sudore si mescola con quello dei gabinetti chimici e dell'urina. Quando ci si trova ammassati su una barca, senza potersi muovere, si è costretti a farsela addosso. Un uomo dell'equipaggio racconta che di notte i profughi sui barconi non si vedono, ma se ne percepisce l'odore.

Sulla rivista Internazionale il servizio della giornalista olandese Pauline Valkenet, a bordo della San Giorgio, una delle navi della marina che soccorrono i barconi carichi di migranti e profughi.

Tra loro sempre tanti bambini. Ogni volta che salgono a bordo, il medico della marina, una dottoressa, si mette nei panni dei genitori: quanto bisogna essere disperati per rischiare la fragile vita di un figlio in un viaggio pericoloso come questo?

Già. Quanto bisogna essere disperati?