sabato 2 gennaio 2016

Te lo prometto


Chiara, te lo prometto, risorgeremo.
Io, te, mamma, e Gloria e Gabriele
Rideremo in eterno e un nuovo gioco
Impareremo a vivere tra Sirio
E l'Orsa Maggiore.
                             Guarda! Il cielo 
Non è un buco nero che ti mangia,
Perché la pancia
Del lupo è solo un grembo
Buono, e l'universo è un prato
Rifiorito, è preparato
Per noi come una festa
E la vivremo, credimi,
In eterno.


(Marco Guzzi, In eterno, da Nella mia storia solo Dio, Passigli, 2005, riproposto in Parole per nascere, Paoline, 2014)

L'ora della ricreazione


C'è un orizzonte più ampio del cuore.
Più ampio perfino del mondo.
Si apre a un passo da te. Molto vicino.
Non appena ci posi l'occhio.
Se lo vedi ha i colori della terra.
Profuma d'abeti o di scoglio.
Tra le foglie d'un olivo si dilata
Come la fragranza di un sorriso.

O ci stai dentro oppure scompare.
O lo conosci oppure non esiste.
Chi ci abita sa leggere i quadri
Del mondo come nobili
Leggende illustrate.
                              Non c'è fondo
Al passero o alla rana.
Tutta la trama è un unico rigoglio
Senza strappi e senza cuciture.

E io stesso non sono una figura
Finita, ma un corso
Della vita, un suo discorso
Che nelle pause del sonno mi continua
A parlare di te.

                       "Da questo punto
Di vista ti ho creato
Perché guardando coi miei occhi procreassi
Questo momento di perfetta ricreazione".


(Marco Guzzi, L'ora della ricreazione, da Preparativi per la vita terrena, Passigli, 2002, riproposto in Parole per nascere, Paoline, 2014)



lunedì 21 dicembre 2015

Maledetti tulipani


I tulipani sono troppo eccitabili, qui è inverno.
Guarda com'è tutto bianco, quieto, coperto di neve.
Sto imparando la pace, distesa quietamente, sola,
come la luce posa su queste pareti bianche, questo letto, queste mani.
Non sono nessuno; non ho nulla a che fare con le esplosioni.
Ho consegnato il mio nome e i miei vestiti alle infermiere,
la mia storia all'anestesista e il mio corpo ai chirurghi.

Mi hanno sistemato la testa tra il cuscino e il risvolto del lenzuolo
come un occhio fra due palpebre bianche che non vogliono chiudersi.
Stupida pupilla, deve assorbire tutto.
Le infermiere passano e ripassano, non danno disturbo,
passano come gabbiani diretti nell'interno, in cuffia bianca,
le mani affaccendate, ciascuna identica all'altra,
sicché è impossibile dire quante sono.

Il mio corpo è un ciottolo per loro, lo accudiscono come l'acqua
accudisce i ciottoli su cui deve scorrere, lisciandoli piano.
Mi portano il torpore nei loro aghi lucenti, mi portano il sonno.
Ora che ho perso me stessa, sono stanca di bagagli -
la mia ventiquattrore di vernice come un portapillole nero,
mio marito e mia figlia che sorridono dalla foto di famiglia;
i miei sorrisi mi si agganciano alla pelle, ami sorridenti.

Ho lasciato scivolar via le cose, cargo di trent'anni
ostinatamente aggrappata al mio nome e al mio indirizzo.
Con l'ovatta mi hanno ripulito dei miei legami affettivi.
Impaurita e nuda sulla barella col cuscino di plastica verde
ho visto il mio servizio da tè, i cassettoni della biancheria, i miei libri
affondare e sparire, e l'acqua mi ha sommerso.
Sono una suora, adesso, non sono mai stata così pura.

Io non volevo fiori, volevo solamente
giacere con le palme arrovesciate ed essere vuota, vuota.
Come si è liberi, non ti immagini quanto -
È una pace così grande che ti stordisce,
e non chiede nulla, una targhetta col nome, poche cose.
È a questo che si accostano i morti alla fine; li immagino
chiudervi sopra la bocca come un'ostia della Comunione.

Sono troppo rossi, anzitutto, questi tulipani, mi fanno male.
Li sentivo respirare già attraverso la carta, un respiro
sommesso, attraverso le fasce bianche, come un neonato spaventoso.
Il loro rosso parla alla mia ferita, vi corrisponde.
Sono subdoli: sembrano galleggiare, e invece sono un peso,
mi agitano con le loro lingue improvvise e il loro colore,
dodici rossi piombi intorno al collo.

Nessuno mi osservava prima, ora sono osservata.
I tulipani si volgono a me, e dietro a me alla finestra,
dove una volta al giorno la luce si allarga lenta e lenta si assottiglia,
e io mi vedo, piatta, ridicola, un'ombra di carta ritagliata
tra l'occhio del sole e l'occhio dei tulipani,
e non ho volto, ho voluto cancellarmi.
I vividi tulipani mangiano il mio ossigeno.

Prima del loro arrivo l'aria era calma,
andava e veniva, un respiro dopo l'altro, senza dar fastidio.
Poi i tulipani l'hanno riempita come un frastuono.
Ora s'impiglia e vortica intorno a loro così come un fiume
s'impiglia e vortica intorno a un motore affondato rosso di ruggine.
Concentrano la mia attenzione, che era felice
di vagare e riposare senza farsi coinvolgere.

Anche le pareti sembrano riscaldarsi.
I tulipani dovrebbero essere in gabbia come animali pericolosi,
si aprono come la bocca di un grande felino africano,
e io mi accorgo del mio cuore, che apre e chiude
la sua coppa di fiori rossi per l'amore che mi porta.
L'acqua che sento sulla lingua è calda e salata, come il mare,
e viene da un Paese lontano quanto la salute.


("Tulipani", Sylvia Plath, 18 marzo 1961)


Foto da Flickr, Igor Klisov

giovedì 17 dicembre 2015

Ricomincia l'attesa


Appollaiato in alto sul rigido stecco
Un corvo nero bagnato
Si aggiusta e si riaggiusta le piume nella pioggia.
Non mi aspetto un miracolo
O un evento

Che dia fuoco alla vista
Nel mio occhio, e nemmeno più cerco
Nella stagione mutevole un disegno,
Ma lascio che le foglie maculate cadano come capita,
Senza cerimonia, o presagio.

Benché, lo ammetto, io desideri
Ogni tanto qualche risposta
Dal cielo muto, in verità non posso lamentarmi:
Una luce modesta può sempre
Balzare incandescente

Dal tavolo di una cucina e da una sedia
Come se un ardore celestiale
Si impadronisse a tratti degli oggetti più ottusi
Consacrando così un intervallo
Altrimenti irrilevante

Con l'elargizione di doni, di onore,
Di amore, si potrebbe forse dire. Sia come sia, ora cammino
Guardinga (perché c'è caso che avvenga
Persino in questo grigio panorama in rovina); scettica
Eppure accorta; ignara

Di qualsivoglia angelo scegliesse di avvampare
D'un tratto al mio fianco. So soltanto che un corvo
Che si rassetta le piume può brillare a tal punto
Da afferrare i miei sensi, issare a forza
Le palpebre, e accordare

Una breve tregua alla paura
Della neutralità assoluta. Con un po' di fortuna,
Arrancando testarda in questa stagione
Faticosa, metterò 
Insieme una contentezza,

Più o meno. I miracoli avvengono,
Se vogliamo chiamare miracoli quegli spasmodici
Scherzi di radianza. Ricomincia l'attesa,
La lunga attesa dell'angelo,
Di quella rara, aleatoria discesa.

(Sylvia Plath, Corvo nero in tempo piovoso, 1956)




sabato 28 novembre 2015

Parole che nascondono nomi


Se fossi l'insegnante che avrei voluto essere, inserirei tra le materie "storia delle parole", un modo sorprendente e spesso divertente di prendere coscienza di chi siamo, da dove veniamo, cosa stiamo davvero dicendo quando usiamo le parole difficili o quelle di tutti i giorni.

La storia, il significato, l'etimologia delle parole possono farti compiere in un lampo salti temporali vertiginosi, creare legami e connessioni a volte impensabili, farti entrare nel vivo della Storia o del Mito dalla porta di servizio.

A questo proposito, ho finito di leggere "Parole di giornata", di Edoardo Lombard Vallauri e Giorgio Moretti (Il Mulino, 2015), libro che racconta la curiosità, la meraviglia e l'uso di oltre 250 parole, partendo dall'esperienza del sito unaparolaagiorno.it.

Tanti gli spunti, le suggestioni, le informazioni. Tra i fenomeni della lingua più curiosi e divertenti voglio segnalare quello dell'antonomasia, figura retorica che consiste nell'uso di un nome proprio caratterizzante al posto di un nome comune (o viceversa). Quando diciamo di qualcuno che è un Casanova o un Mecenate, magari senza sapere esattamente chi fossero questi signori, stiamo usando un'antonomasia. La notorietà di questi nomi ha cioè caratterizzato un'intera categoria di persone o concetti.

Altre volte ancora nemmeno ci accorgiamo oppure ci scordiamo che dietro le parole o le espressioni che adottiamo si nascondono nomi di persone (vere o letterarie) con le loro storie e vicissitudini.

Quando parliamo di boicottaggio, ad esempio, stiamo parlando del capitano inglese Charles Canningham Boycott, proprietario terriero dell'800 che fece arrabbiare non poco i suoi braccianti. 

Se improntiamo le nostre azioni al piccolo o al grande cabotaggio, stiamo inconsapevolmente ricordando le imprese del navigatore Giovanni Caboto. 

Se ci perdiamo al centro storico in un dedalo di strade, la colpa sarà dell'architetto omonimo che costruì il labirinto del palazzo di Minosse e tentò la fuga in volo con ali di cera insieme al figlio Icaro.

Se invochiamo pene draconiane per i responsabili di qualsivoglia misfatto, stiamo assumendo come modello l'arconte Dracone, primo legislatore di Atene nel VII a.C.

Se un'affermazione ci apparirà lapalissiana, il merito (o la colpa) è del marchese Jaques De La Palice, maresciallo di Francia vissuto nel 1500.

Se vogliamo linciare una persona, come impulso di rabbia o di vendetta certamente censurabile, ci stiamo attrezzando ad "usare la legge di Lynch": Charles Lynch, giudice inflessibile della Virginia, o William Lynch, comandante militare.

Se ci prepariamo un pranzo luculliano, lo dobbiamo a Lucio Licinio Lucullo, generale romano rimasto celebre per i suoi banchetti.

Se diamo a qualcuno del maramaldo, o siam noi stessi a maramaldeggiare, ricordiamo la vile prepotenza di Fabrizio Maramaldo, soldato di ventura che uccide il condottiero Francesco Ferrucci, prigioniero e disarmato.

Pantagruelico sarà invece il nostro appetito, come lo era quello di Pantagruel, gigante insaziabile protagonista del romanzo del '500 Gargantua e Pantagruel.

Sciovinista diremo il nazionalista esaltato, in memoria di Nicolas Chauvin, soldato di Napoleone sfrenatamente militarista e patriottico. Stacanovista il lavoratore indefesso, in memoria del minatore russo Aleksej Grigorevic Stachanov.

Quando, infine, ci capiterà di apprezzare la silhouette di una bella donna, ci sorprenderemo di rievocare la figura di Etienne de Silhouette, controllore generale delle Finanze del re di Francia Luigi XV, rimasto nella storia per la sua capacità di rendere "smilze" e vuote a suon di tasse le tasche dei contribuenti.


sabato 10 ottobre 2015

L'architrave


Due giorni di esercizi spirituali dedicati al tema della Misericordia, alla luce della predicazione di Papa Francesco e in vista del prossimo Giubileo (ma anche del Sinodo in corso). Alcune delle cose che ho imparato, grazie alla teologa Stella Morra (Dio non si stanca. La misericordia come forma ecclesiale, EDB)

La misericordia, scrive Papa Francesco nella bolla d'indizione del Giubileo (Misericordiae Vultus), è l'architrave che sorregge la vita della chiesa. Proprio così, l'architrave.

Immagine di sorprendente quanto inequivoca solidità, che non corrisponde a quell'accezione vaga e sentimentale con la quale connotiamo invece solitamente il termine misericordia o l'aggettivo misericordioso. Essere misericordiosi: un'attitudine che sì ci piace, ma che guardiamo con malcelata diffidenza (dove andremo a finire se siamo troppo misericordiosi, che ne sarà della giustizia; va bene la misericordia, ma fino a un certo punto...). Una specie di buonismo in salsa cattolica.

Nulla di tutto questo. La misericordia di cui sembra parlare Francesco non è un vago sentimento dell'anima. Non sarebbe del resto un'architrave: un sentimento generico non è in grado di sorreggere nulla. Nessun sentimentalismo, dunque, e nessun individualismo: la misericordia non è un fatto personale o caratteriale. Non è neanche una coloritura spirituale. Parliamo piuttosto di misericordia come categoria teologica.

Se la fede è la risposta alla buona notizia del Vangelo: Siete infinitamente amati da Dio in quanto peccatori (non nonostante siate peccatori), la misericordia sarà allora il modo in cui rendiamo vivibile e visibile questa fede, sarà l'architrave della vita della Chiesa perché ne costituirà la logica fondamentale, procedurale, e il criterio di giudizio. 

Logica sta per regola grammaticale, sintassi di base, programma di sistema, come nei pc. La misericordia deve essere il sistema operativo, la logica procedurale della Chiesa. Criterio di giudizio, significa che la misericordia non è, come spesso erroneamente si pensa, assenza di giudizio, non significa che ci va bene tutto, ma che c'è un giudizio diverso, non giuridico e presunto oggettivo. Quando Gesù dice che pubblicane e prostitute ci precederanno nel Regno dei cieli, esprime chiaramente un giudizio di preferenza e precedenza.  La misericordia è un modo diverso di giudicare, un'altra forma di giudizio, un criterio non-giuridico di giudicare, di cui abbondano gli esempi nel Vangelo (le parabole del Padre misericordioso, dei talenti, dei lavoratori della vigna che ricevono lo stesso compenso pur avendo lavorato poche ore).

Si tratta per la Chiesa di un rovesciamento totale di prospettiva, perché da qualche secolo ormai ha scelto la dottrina come architrave, non la misericordia, ha identificato con la dottrina la vivibilità e visibilità della fede e la dottrina è diventata logica procedurale e criterio di giudizio. Eppure in Gesù non è così, non è la dottrina a far la differenza. Non perde nulla la dottrina da questo capovolgimento, non deve cambiare, non diventa meno vera. Resta ciò che illumina e spiega la fede, non ciò che la giudica.




lunedì 21 settembre 2015

Quando sarà il momento


Altra poesia ed altro autore che non conoscevo, colpevolmente. Giovanni Cristini (1925-1995), poeta dalla vocazione mistica, discepolo di don Primo Mazzolari, erede di Rebora e Turoldo.

Quando sarà il momento, Signore, 
concedimi di portare con me 
il fico grande del giardino di Montaldo, 
l'aiuola con le rose e con l'ibisco, 
uno spruzzo di mare con le sue onde lucenti, 
il Campanile Basso del Brenta 
e l'allegro sorriso dei miei figli. 
E lascia ancora che porti con me 
il piccolo scrittoio in camera da letto 
perché possa vedere per sempre 
mia moglie che scrive al lume della lampada 


(Giovanni Cristini, Poesie 1978-1995)




Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente


Conosco poco, e solo di fama, Edmondo De Amicis, lo scrittore di "Cuore". Non conoscevo o non ricordavo la sua produzione letteraria e culturale legata al tema dell'immigrazione.  Non avevo mai sentito questa poesia - Gli emigranti - del 1882, che De Amicis dedica alla partenza di un gruppo di italiani dal porto di Genova.

Al netto della retorica tardo-risorgimentale, dell'intento pedagogico e sociologico dei suoi versi "socialisti" e patriottici, c'è la capacità di riconoscere e raccontare in endecasillabi - alcuni particolarmente incisivi - l'umanità dolente che ancora oggi vediamo partire da altri porti e con imbarcazioni ancora più precarie (Nessun naviglio maestoso e lento): Tutti vanno a soffrir, molti a morire.


Cogli occhi spenti, con le guance cave, 
Pallidi, in atto addolorato e grave, 
Sorreggendo le donne affrante e smorte, 
Ascendono la nave 
Come s’ascende il palco de la morte. 

E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra. 
Altri un misero involto, altri un patito 
Bimbo, che gli s’afferra 
Al collo, dalle immense acque atterrito.

Salgono in lunga fila, umili e muti, 
E sopra i volti appar bruni e sparuti 
Umido ancora il desolato affanno 
Degli estremi saluti 
Dati ai monti che più non rivedranno.

Salgono, e ognuno la pupilla mesta 
Sulla ricca e gentil Genova arresta, 
Intento in atto di stupor profondo, 
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo. 

Ammonticchiati là come giumenti 
Sulla gelida prua morsa dai venti, 
Migrano a terre inospiti e lontane; 
Laceri e macilenti, 
Varcano i mari per cercar del pane.

Traditi da un mercante menzognero, 
Vanno, oggetto di scherno allo straniero, 
Bestie da soma, dispregiati iloti, 
Carne da cimitero, 
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta 
La fame, in terre ove altra gente è morta; 
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta, 
Essi così vanno di mondo in mondo.

Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro, 
Frutto segreto d’infiniti stenti, 
E le donne con loro, 
Istupidite martiri piangenti. 

Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora; 
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora, 
Dove sudano mille e campa un solo. 

E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti, 
E le chiesette candide, e i pacati 
Laghi cinti di piante, 
E i villaggi tranquilli ove son nati! 

E ognuno forse sprigionando un grido, 
Se lo potesse, tornerebbe al lido; 
Tornerebbe a morir sopra i nativi 
Monti, nel triste nido 
Dove piangono i suoi vecchi malvivi. 

Addio, poveri vecchi! In men d’un anno 
Rosi dalla miseria e dall’affanno, 
Forse morrete là senza compianto, 
E i figli nol sapranno, 
E andrete ignudi e soli al camposanto. 

Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora 
Dai muti clivi che il tramonto indora 
La man levate i figli a benedire.... 
Benediteli ancora: 
Tutti vanno a soffrir, molti a morire. 

Ecco il naviglio maestoso e lento 
Salpa, Genova gira, alita il vento. 
Sul vago lido si distende un velo, 
E il drappello sgomento 
Solleva un grido desolato al cielo.

Chi al lido che dispar tende le braccia. 
Chi nell’involto suo china la faccia, 
Chi versando un’amara onda dagli occhi 
La sua compagna abbraccia, 
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi. 

E il naviglio s’affretta, e il giorno muore, 
E un suon di pianti e d’urli di dolore 
Vagamente confuso al suon dell’onda 
Viene a morir nel core 
De la folla che guarda da la sponda.

Addio, fratelli! Addio, turba dolente! 
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente, 
V’allieti il sole il misero viaggio; 
Addio, povera gente, 
Datevi pace e fatevi coraggio. 

Stringete il nodo dei fraterni affetti. 
Riparate dal freddo i fanciulletti, 
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane, 
Sfidate uniti e stretti 
L’imperversar de le sciagure umane.




martedì 4 agosto 2015

Quello che accade al mondo


Il libro della natura è uno e indivisibile. Il mondo è qualcosa di più di un problema da risolvere, è un mistero da contemplare: in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. Perchè l'universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. 

E poi ancora.

Ogni creatura riflette qualcosa di Dio e ha un messaggio da trasmetterci. Ogni creatura canta l'inno della sua esistenza. Insieme a tutte le creature, camminiamo su questa terra cercando Dio. Il divino e l'umano si incontrano nel più piccolo dettaglio della creazione, persino nell'ultimo granello di polvere del nostro pianeta.

Sono alcune delle espressioni e delle immagini che ho trovato più belle tra le pagine dell'enciclica ecologica di papa Francesco, Laudato si'. Non sono un esperto di tematiche ambientali: il linguaggio poetico, evocativo, è ciò che più mi colpisce, insieme all'approccio globale - "ecologia integrale", la chiama - che mette insieme lo sguardo e la riflessione politica ed economica, sociale ed etica, teologica ed ecclesiale. Ogni approccio parziale, settoriale - teorizza Francesco - è un approccio insufficiente. La tecnologia, in particolare, che "pretende di essere l'unica soluzione dei problemi, non è in grado di vedere il mistero  delle relazioni che esistono tra le cose".

Citando il patriarca ortodosso Bartolomeo il papa denuncia: "Un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio". Della crisi ecologica occorre prendere "dolorosa coscienza". Ancora meglio, bisogna: "Trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo". Bellissimo. Ai credenti rimprovera invece la negazione del problema, l'indifferenza, la rassegnazione comoda, la fiducia cieca nelle soluzioni tecniche.

I nemici dell'ambiente sono il "paradigma tecnocratico dominante" - con i suoi risvolti finanziari - e l'ossessione consumistica. Disegna scenari apocalittici, papa Francesco, pur senza abbandonare mai la speranza. 

"Questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi. Mai l'umanità ha avuto tanto potere su se stessa e niente garantisce che lo userà bene". Stiamo affondando in una "spirale di autodistruzione". Eppure, non tutto è perduto, "perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all'estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi".

Ma il punto decisivo è questo, che il papa ribadisce con insistenza.

La preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l'impegno nella società e la pace interiore sono "inseparabili". C'è una "intima relazione" tra i poveri e la fragilità del pianeta, perché tutto nel mondo è intimamente connesso. 

Ne consegue che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale. Il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri essere della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c'è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. La scomparsa di una cultura, ad esempio, può esser grave come e più della scomparsa di una specie animale o vegetale.

È di nuovo l'approccio integrale.

Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c'è ecologia senza un'adeguata antropologia. Allo stesso modo, "non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale". Ogni lesione della solidarietà e dell'amicizia civica provoca danni ambientali. 

Bella, per finire, a questo proposito, la provocazione sul debito estero dei paesi poveri, accanto al quale - dice il papa - occorre pure considerare il "debito ecologico" dei paesi ricchi, in termini di inquinamento e consumo delle risorse.








mercoledì 15 luglio 2015

Un ricamo fatto sul nulla


I nostri antenati di antenati, di Italo Calvino. La raccolta delle tre 'favole' moderne Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, scritte e pubblicate tra il il 1950 e il 1960. Un classico della letteratura scolastica, un libro troppo perfetto - vale come critica - per essere vero, compresa la nota dell'autore, che spiega e interpreta se stesso scrittore e il senso del suo lavoro: "un albero genealogico degli antenati dell'uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso". L'uomo dimidiato contemporaneo, alienato o represso, per dirla con Marx o con Freud (il visconte). L'intellettuale impegnato amico del popolo ma dal popolo separato, l'illuminista rivoluzionario con un'etica religiosa ma senza religione (il barone). L'uomo che ha perso completamente se stesso, annullato nella sua identità e individualità (il cavaliere).

"Anziché sforzarmi di scrivere il libro che io dovevo scrivere - afferma Calvino nell'introduzione - il romanzo che ci si aspettava da me, preferivo immaginarmi il libro che mi sarebbe piaciuto leggere". E ancora, nella nota conclusiva: "Questa formula del divertimento io l'ho sempre intesa che chi deve divertirsi è il lettore". E in effetti, i nostri antenati è un libro molto divertente, ironico e fantasioso, come sarà sempre lo stile dominante di Calvino, ma anche un libro segnato da una profonda venatura di tristezza: la storia di questi protagonisti e il loro stesso funambolico racconto ("questo filo d'inchiostro") alla fine è "un ricamo fatto sul nulla", che pare il giudizio definitivo sull'esistenza umana.