sabato 2 maggio 2020

Don Chichì

Don Camillo e don Chichì aveva tutto, in teoria, per andarmi di traverso. 

Pubblicato nella sua versione integrale (senza le censure del politicamente corretto) solo nel 1996, la raccolta di Giovannino Guareschi affronta a partire dal titolo stesso un tema ancora attuale e molto caldo: il contrasto non più solo tra mondo cattolico e mondo comunista, ma tra la Chiesa tradizionale e quella moderna, attraverso la caricatura di un giovane pretino intellettuale e progressita, per l'appunto don Chichì. 

La parodia è feroce e la critica arriva a toccare l'intera Chiesa del Concilio: "Signore - chiede don Camillo al Cristo dell'altar maggiore - volete forse dire che il demonio è diventato tanto astuto chebriesce, talvolta, a travestirsi persino da prete?". La voce del Cristo gli risponde: "Sono appena uscito dai guai del Concilio, vuoi mettermi tu in nuovi guai?".

Aggiungo un'altra critica feroce che mi tocca sul vivo, stavolta sul piano laico: "Ma tu - disse (don Camillo) rivolgendosi al giovane capellone - non sei il capo di quei cialtroni che si chiamano obiettori di coscienza?".

La mia simpatia per Guareschi rischiava di vacillare di fronte ad un approccio ideologico così lontano dal mio e persino grezzo, rozzo nella sua modalità espressiva. Tanto più che queste pose e questi argomenti "reazionari", come li definirebbe qualcuno, sono spesso usati e riciclati ancora oggi sulla stampa e sui social network per attaccare un certo sforzo di riforma della Chiesa e della società a cui mi sento personalmente legato. 

Eppure.

Eppure anche in questo caso la scrittura e la letteratura vincono sulla teoria e sull'ideologia (Io capisco solo i fatti, direbbe don Camillo). L'ironia dei racconti è travolgente. La fantasia e l'intelligenza, l'umiltà e l'onestà della scrittura di Guareschi la rendono capace di cogliere sempre il vero dell'umano, nei suoi limiti, nei suoi slanci e nelle sue contraddizioni. 

La parodia di Guareschi è a 360 gradi e comprende lo stesso don Camillo, i cui limiti (anche i limiti della sua idea di chiesa tradizionale) sono svelati dallo stesso Cristo crocifisso, nei loro giustamente profondi e divertentissimi dialoghi.

"Signore - gridò con angoscia don Camillo (opponendosi all'idea progressista di sostituire il suo altare e di rinnovare la Chiesa) - perché dovrei distruggere tutto?". "Non distruggi niente. Tu cambi la cornice al dipinto, ma il dipinto rimane lo stesso. O, per te, è più importante la cornice del quadro? Don Camillo: se l'abito non fa il monaco, non fa neppure il prete. O ritieni d'essere più ministro di Dio tu che quel giovane (don Chichì) solo perché tu porti la sottana e lui la giacchetta e i pantaloni? Don Camillo, ritieni che il tuo Dio sia tanto ignorante da capire solo il latino? Don Camillo: questi stucchi, questo legno dipinto, questa porporina, queste antiche parole non sono la fede".

"Signore - replicò umilmente don Camillo - però sono la tradizione, il ricordo, il sentimento, la poesia".

"Tutte bellissime cose che non hanno niente a che vedere con la fede. Don Camillo: tu ami queste cose perché ricordano il tuo passato, e perciò le senti tue, quasi parte di te. La vera umiltà è rinunciare alle cose che più si amano".

La passione per Cristo e la passione per gli uomini - nelle forme concrete, contraddittorie, paradossali e persino sgradevoli con cui si manifestano - rappresenta la verità dei racconti di Guareschi, toccando vertici di esilarante comicità - come quando riesce a fare sfilare Peppone e i comunisti del paese al grido di: "Il Cristo è nostro! Il Cristo non si tocca!" - o commovente umanità - come quando le bande rivali di giovani e ribelli capelloni si uniscono per soccorrere gli alluvionati sui tetti.

"La religione di Cristo non è e non può essere né comoda né divertente", replica don Camillo al segretario del suo vescovo, che voleva convincerlo a rinunciare a metà del suo sagrato in cambio di un comodo parcheggio per i fedeli. "Il Pater noster non dovrebbe più dire liberaci dal male, ma liberaci dal benessere".

Lo sguardo di Don Camillo è severo e a volte amaro, pessimista. Ma il suo Cristo, appeso sulla grande croce sopra l'altare, ride e sorride.







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