venerdì 30 dicembre 2011

Ti dà fastidio avere un cuore?


La prova del credere non è la certezza che ci sia qualcosa in cui credere, ma è il “credere con l’altro”. Le nostre logiche, le nostre retoriche sono superate. E’ folle! Eppure sento che è vero, di una verità che non si raggiunge con il ragionamento, ma con l’incontro. Ci sono frasi che sono vere perché alla fine della frase c’è qualcuno.

Da "Il monaco e la psicanalista. In dialogo per una autentica libertà interiore", di Marie Balmary.


Ti dà fastidio avere un cuore, vero?


mercoledì 28 dicembre 2011

Vieni sempre


Non essendo riuscito a scrivere, quest'anno, il mio consueto post natalizio, recupero segnalando le citazioni più belle contenute nei biglietti di auguri che mi sono arrivati, per posta elettronica o tradizionale. Vien fuori anche da qui, alla fine, una piccola rappresentazione del mistero del Natale nella quale mi riconosco.

Inizio con una citazione pittorica. E' la splendida Natività mistica di Sandro Botticelli, ultimo capolavoro dell'artista fiorentino realizzato nel 1501, e conservato alla National Gallery di Londra. Il tema della nascita del Cristo è associato a quello della sua Seconda venuta, che riconcilierà cielo e terra.

L'avvento del Figlio di Dio è colta nella sua portata storico-messianica dal poeta francese Charles Péguy:

"Si può dire che nel mondo romano era tutto pronto, che tutto era pronto a partire, tutto era come allestito, realmente allestito... affinché il mondo moderno partisse allora, invece di oggi; si trattava dello stesso disordine dello stesso tipo di disintelligenza. Era tutto preparato. Ma venne Gesù. Doveva fare tre anni. Fece i suoi tre anni. Ma non perse i suoi tre anni, non li usò per frignare e per invocare i mali dei tempi. Eppure c'erano i mali dei tempi, del suo tempo. Arrivava il mondo moderno, era pronto. E lui tagliò corto. Oh, in modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Mettendoci in mezzo il mondo cristiano. Non incriminò, non accusò nessuno. Salvò. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo".

Il Figlio dell'Uomo, l'Uomo Nuovo, nasce continuamente e misteriosamente "nel corso di una storia mai compiuta". Ce lo ricorda Mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano (Algeria), ucciso il 1° agosto del 1996:

Gesù che nasce a Betlemme ci apre il cammino di umanizzazione offerto a tutta l’umanità. E ci capita di assistere, meravigliati, nel corso di una storia mai compiuta, alla nascita di uomini e donne secondo lo Spirito di Dio, in tutte le culture e in tutte le religioni, compresa la nostra, che non ha ancora fatto cadere tutte le sue maschere per far apparire il volto di Cristo. Infatti, i tratti dell’umanità nuova li abbiamo visti nel Verbo fatto carne. E adesso li riconosciamo nei cercatori di umanità (e non in quelli che la possiedono), negli affamati di giustizia e verità (e non nei tutori dell’ordine), nei miti, nei misericordiosi e negli artigiani di pace (e non nei signori della guerra)… Natale è, per noi, il segno dell’avvento dell’uomo nuovo, del Figlio di Dio, primogenito di una moltitudine di fratelli. È solo in lui che dobbiamo ormai riporre la nostra speranza.

Speranza che si fa invocazione accorata nei versi di David Maria Turoldo:

Vieni di notte
ma nel nostro cuore è sempre notte: 
e dunque vieni sempre, Signore. 


Vieni tu che ci ami: 
nessuno è in comunione col fratello
se prima non è con te, Signore. 


Vieni, Signore. 
Vieni sempre, Signore.


martedì 22 novembre 2011

Troppo diligenti


"Chi mostra di essere troppo diligente, a scuola o nella vita, in chiesa o al mercato, mostra un sintomo di scarsa vitalità" (Robert Luis Stevenson).

Sarebbe troppo lungo e troppo delicato spiegare il perché e il per come, ma questa cosa temo mi riguardi, purtroppo. Un'osservazione sottile e molto ambigua, ma ferocemente vera.






(Foto da wikipedia)





lunedì 21 novembre 2011

Ciò che non si vede


Prosegue la latitanza, ma riprendo a scrivere oggi su questo mio blog per un debito di riconoscenza nei confronti di una grande donna, Adriana Zarri, e di questa sua bellissima poesia (che 'rubo' dal blog di Luigi Accattoli).

Preghiera d’inverno
di Adriana Zarri

Ora è la morte,
Ma non è la morte:
è soltanto l’attesa.

Facci attendere, Dio, senza stancarci,
senza timore di morire per sempre.

Anche i colori sono trapassati
dal verde, al giallo, al viola,
al grigio.

Presto sarà la neve
come un immenso fiore bianco,
grande quanto la terra.
Il mondo è sbocciato di gelo
e il bianco è la somma dei colori

Dopo il fiorire e il declinare della vita,
l’inverno, o Dio, è la tua eternità.

E sulla neve
candide danze di angeli
e carole di santi luminosi,
che non lasciano impronta.

Aprici gli occhi, o Dio,
facci vedere ciò che non si vede,
facci danzare coi beati
e guardare i tuoi occhi:
più vasti
di una pianura innevata
più bianchi
di un gelido novembre
più caldi
di un fuoco acceso
in una notte d’inverno.

[da Il pozzo di Giacobbe. Geografia della preghiera da tutte le religioni, Camunia, Brescia 1985, pagina 260]

mercoledì 19 ottobre 2011

Attenzione paziente


Si capisce dalla mia latitanza che è un periodo in cui sono molto indaffarato. Ho tempo solo per le citazioni, e questa merita di essere appuntata. Il tema dell'attenzione è davvero cruciale in molti campi e sotto molti punti di vista.

"Se ho fatto qualche scoperta di valore, ciò è dovuto più ad un'attenzione paziente che a qualsiasi altro talento" (Isaac Asimov)





martedì 27 settembre 2011

La medicina


"La poesia è una necessità per la salute dell’anima".

Chiamato ad intervenire ad un convegno sulla poesia mistica, così si esprime padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana. L'intervento è segnalato da padre Antonio Spadaro, neodirettore di Civiltà Cattolica, sul suo blog Cyberteologia.

Mi compiaccio di queste parole di padre Lombardi. Così pure quando aggiunge, a proposito della "dipendenza dalla volgarità" come "malattia dell'anima": "Certamente l'educazione alla bellezza è una medicina necessaria per il nostro mondo".

E poi ancora, il poeta (mistico) "fa diventare parlanti per noi le creature del mondo, ce le rende trasparenti come creature di dio, fa diventare parlanti le esperienze della vita attraverso cui misteriosamente anche Dio viene incontro a noi".



lunedì 12 settembre 2011

Non ci interessa


"Non ci interessa un divino che non faccia fiorire l'umano. Un divino cui non corrisponda il rigoglio dell'umano non merita che ad esso ci dedichiamo"

Dietrich Bonhoeffer, citato da Ermes Ronchi, in questa bella lectio divina al Congresso eucaristico di Ancona.

giovedì 8 settembre 2011

In prestito


"Non ereditiamo la terra dai nostri avi, ce la facciamo prestare dai nostri figli".

Di Antoine De Saint-Exupery.

Arcinota, ma perfetta.





lunedì 8 agosto 2011

Una scorciatoia dal nulla al nulla



Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.


Bella e angosciante la frase con cui termina “Il grande Gatsby”, il celeberrimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald del 1925, lucida e spietata analisi del sogno americano tra le due guerre mondiali (Tre versioni cinematografiche: l'ultima nel 1974, con Robert Redford e Mia Farrow; la quarta dovrebbe uscire il prossimo anno, con Leonardo Di Caprio nel ruolo del protagonista).


Nell’illusione di vivere e di rincorrere il futuro, si rimane in realtà prigionieri del passato: “Il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter fuggire più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle”.

Non avevo mai letto nulla di Fitzgerald, e mi sono imbattuto per caso in questo breve romanzo sotto l’ombrellone estivo. The great Gatsby, spiega Alessandro Piperno nell’introduzione all’edizione pubblicata per “La biblioteca di Repubblica”, è soprattutto un romanzo sui ricchi, quelli che lo diventano e quelli che lo sono da sempre.

'Nascere ricchi. É tutto lì il segreto. É la sola cosa che un self-made man non potrà mai comprare. La sola onta genealogica che non potrá mai ripulire, se non a costo di una patetica menzogna'. Jay Gatsby, protagonista del romanzo, sulla menzogna ha costruito la sua vita, misteriosa, tragica ma in ultima analisi banale, deludente: “una scorciatoia dal nulla al nulla”.

La realtà raccontata da Fitzgerald appare divisa in due: “l’universo dello sfarzo” – abitato dai ricchi - e la “valle delle ceneri” abitata dagli “uomini grigio-cenere”.

I ricchi sono “gente sbadata”: “Sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia sbadataggine o in ció che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettesse a posto il pasticcio che avevano fatto...

Con una concezione aristocratica della vita (“Il senso della dignità fondamentale é distribuito con parzialitá alla nascita”); un “educato disgusto per le cose concrete” e un malcelato disprezzo per gli uomini-grigi: “É cosi stupido che quasi non sa di essere al mondo”.

Un mondo, quello dei ricchi, in fondo caratterizzato soprattutto dalla vacuità e dalla noia: “Che cosa facciamo dopo pranzo? E che cosa facciamo domani? E nei prossimi trent'anni?











lunedì 11 luglio 2011

Il paese delle prugne verdi



Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola / così è infatti con gli amici dove il mondo è pieno di terrore.

E' a causa di questa poesia, di questi pochi versi, che quattro giovani vengono pedinati, interrogati, torturati, minacciati, licenziati, espatriati, spinti infine al suicidio. I quattro giovani protagonisti del romanzo di Herta Müller, Il paese delle prugne verdi, premio nobel per la letteratura nel 2009.

La loro colpa: accendere l’odio in coloro che fanno cimiteri. Perchè scrivono poesie, scattano fotografie e intonano un canto qua e là.

E' il mondo piendo di terrore della Romania degli anni Ottanta (In questo paese dovevamo camminare, mangiare, dormire e amare qualcuno nella paura). Sotto la dittatura di Nicolaeu Ceausescu, ma quasi sospesa nel tempo. Raccontata con uno "stile evocativo e immaginifico" da una scrittrice che come la protagonista del romanzo appartiene ad una minoranza di lingua tedesca della Romania; e che per aver rifiutato di collaborare con la polizia segreta del regime perse il lavoro e le fu impedito di pubblicare, fino a quando riuscì ad emigrare in Germania, nel 1987.

Scrivendo, non dimenticare la data e metti sempre un capello nella lettera. Se dentro non c'è, vuol dire che la lettera è stata aperta. Sono i consigli per aggirare la stretta pervasiva del terrore, che controllava anche la corrispondenza privata. Per l'interrogatorio una frase con forbici per unghie, disse Kurt, per la perquisizione una frase con scarpe, per il pedinamento una frase con raffreddato. Dopo il titolo sempre un punto esclamativo, per una minaccia di morte solo una virgola.

Recensendo il romanzo sulle pagine di Città Nuova, Giovanni Casoli ne parla provocatoriamente come di "un libro che non sarà mai un bestseller neanche per sbaglio", "e non perché non si capisca, ma perché invita e impegna il lettore a una lettura seria come lo è stata la scrittura". E in effetti la lettura del romanzo è seria ed ardua, un libro in prosa che "è poesia, non nel senso decotto della prosa d’arte o della poesia in prosa, ma in quello ben più arduo di una prosa memoriale che, per necessità di sopravvivenza, diventa continuamente metafora, come fango e sterco nutrono fiori".

Queste righe possono esserne un esempio.

La nonna che canta vive nove anni in più della nonna che prega. E sei anni in più vive la nonna che canta rispetto alla propria ragione. Non riconosce più nessuno in casa. Conosce soltanto le sue canzoni. Una sera va dalla stanza dell’angolo al tavolo e dice al chiarore della luce: Sono così contenta, che tutti voi siate con me in cielo. Non sa più d’essere in vita e deve cantare se stessa fino alla morte. Non contrae nessuna malattia che la possa aiutare a morire.

E ancora:

L’uomo con il papillon nero al collo, (...) teneva sempre lo stesso mazzo di fiori appassiti. Stava da anni presso la fontana asciutta e guardava salire la strada al termine della quale c’era il carcere. Quando gli rivolsi la parola disse: ora non posso parlare, presto lei verrà, forse non mi riconoscerà più. Presto le verrà, diceva da anni. E, quando lo diceva, giù per la strada arrivavano, ora un poliziotto, ora un soldato. E sua moglie, lo sapeva tutta la città, era già da tempo fuori dal carcere. Stava al cimitero nella tomba.

Il tema della morte è ricorrente, il regime fa cimiteri, e spinge i suoi perseguintati al suicidio.

Un libro della casa estiva si intitolava: Suicidarsi. Dentro c’era scritto che ogni testa ha un solo modo di morire. Però giravo qua e là tra la finestra e il fiume, in un cerchio freddo. La morte mi fischiò da lontano, dovetti prendere la rincorsa verso di lei. Avevo me stessa quasi in pugno, solo una piccolissima parte non partecipò. Forse era la bestia del cuore (Herztier, dal titolo originale, La bestia del cuore).

George scrisse. I bambini non dicono alcuna parola senza dovere. Io devo, tu devi, noi dobbiamo. Perfino quando sono orgogliosi, dicono: La mia madre mi doveva comprare le scarpe nuove. Ed è vero. Per me vale lo stesso: ogni notte devo chiedermi se il giorno arriverà.