martedì 4 agosto 2015

Quello che accade al mondo


Il libro della natura è uno e indivisibile. Il mondo è qualcosa di più di un problema da risolvere, è un mistero da contemplare: in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. Perchè l'universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. 

E poi ancora.

Ogni creatura riflette qualcosa di Dio e ha un messaggio da trasmetterci. Ogni creatura canta l'inno della sua esistenza. Insieme a tutte le creature, camminiamo su questa terra cercando Dio. Il divino e l'umano si incontrano nel più piccolo dettaglio della creazione, persino nell'ultimo granello di polvere del nostro pianeta.

Sono alcune delle espressioni e delle immagini che ho trovato più belle tra le pagine dell'enciclica ecologica di papa Francesco, Laudato si'Non sono un esperto di tematiche ambientali: il linguaggio poetico, evocativo, è ciò che più mi colpisce, insieme all'approccio globale - "ecologia integrale", la chiama - che mette insieme lo sguardo e la riflessione politica ed economica, sociale ed etica, teologica ed ecclesiale. Ogni approccio parziale, settoriale - teorizza Francesco - è un approccio insufficiente. La tecnologia, in particolare, che "pretende di essere l'unica soluzione dei problemi, non è in grado di vedere il mistero  delle relazioni che esistono tra le cose".

Citando il patriarca ortodosso Bartolomeo il papa denuncia: "Un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio". Della crisi ecologica occorre prendere "dolorosa coscienza". Ancora meglio, bisogna: "Trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo". Bellissimo. Ai credenti rimprovera invece la negazione del problema, l'indifferenza, la rassegnazione comoda, la fiducia cieca nelle soluzioni tecniche.

I nemici dell'ambiente sono il "paradigma tecnocratico dominante" - con i suoi risvolti finanziari - e l'ossessione consumistica. Disegna scenari apocalittici, papa Francesco, pur senza abbandonare mai la speranza. 

"Questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi. Mai l'umanità ha avuto tanto potere su se stessa e niente garantisce che lo userà bene". Stiamo affondando in una "spirale di autodistruzione"Eppure, non tutto è perduto, "perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all'estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi".

Ma il punto decisivo è questo, che il papa ribadisce con insistenza.

La preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l'impegno nella società e la pace interiore sono "inseparabili". C'è una "intima relazione" tra i poveri e la fragilità del pianeta, perché tutto nel mondo è intimamente connesso. 

Ne consegue che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale. Il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri essere della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c'è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. La scomparsa di una cultura, ad esempio, può esser grave come e più della scomparsa di una specie animale o vegetale.

È di nuovo l'approccio integrale.

Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovoNon c'è ecologia senza un'adeguata antropologia. Allo stesso modo, "non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale". Ogni lesione della solidarietà e dell'amicizia civica provoca danni ambientali. 

Bella, per finire, a questo proposito, la provocazione sul debito estero dei paesi poveri, accanto al quale - dice il papa - occorre pure considerare il "debito ecologico" dei paesi ricchi, in termini di inquinamento e consumo delle risorse.








mercoledì 15 luglio 2015

Un ricamo fatto sul nulla


I nostri antenati di antenati, di Italo Calvino. La raccolta delle tre 'favole' moderne Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, scritte e pubblicate tra il il 1950 e il 1960. Un classico della letteratura scolastica, un libro troppo perfetto - vale come critica - per essere vero, compresa la nota dell'autore, che spiega e interpreta se stesso scrittore e il senso del suo lavoro: "un albero genealogico degli antenati dell'uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso". L'uomo dimidiato contemporaneo, alienato o represso, per dirla con Marx o con Freud (il visconte). L'intellettuale impegnato amico del popolo ma dal popolo separato, l'illuminista rivoluzionario con un'etica religiosa ma senza religione (il barone). L'uomo che ha perso completamente se stesso, annullato nella sua identità e individualità (il cavaliere).

"Anziché sforzarmi di scrivere il libro che io dovevo scrivere - afferma Calvino nell'introduzione - il romanzo che ci si aspettava da me, preferivo immaginarmi il libro che mi sarebbe piaciuto leggere". E ancora, nella nota conclusiva: "Questa formula del divertimento io l'ho sempre intesa che chi deve divertirsi è il lettore". E in effetti, i nostri antenati è un libro molto divertente, ironico e fantasioso, come sarà sempre lo stile dominante di Calvino, ma anche un libro segnato da una profonda venatura di tristezza: la storia di questi protagonisti e il loro stesso funambolico racconto ("questo filo d'inchiostro") alla fine è "un ricamo fatto sul nulla", che pare il giudizio definitivo sull'esistenza umana.



mercoledì 14 gennaio 2015

L'incantesimo della memoria


E tuttavia, come mi sorprendo spesso a constatare, certe cosa hanno una loro maniera di fare ritorno, inaspettate e impreviste, magari dopo una più che lunga assenza.

Scriveva il critico Pietro Citati, qualche anno fa: "Con mio dolore, gli italiani non leggono Sebald: o lo leggono poco. Forse lo trovano «difficile». Ma tutta la vera letteratura è difficile, perché trasforma punti di vista, cambia lo sguardo, l'udito, i pensieri, le sensazioni degli esseri umani. Nato nel 1944, Sebald è stato il maggiore tra gli scrittori della sua generazione: nel mondo, non solo in Germania. Nessuno possedeva la sua passione, intelligenza, cultura, densità stilistica, tragedia. Nessuno aveva il suo dono fondamentale: trasformare la vocazione metafisica in scienza naturale e la scienza naturale in vocazione metafisica".

A me gli scrittori difficili piacciono, mi sono sempre piaciuti, per partito preso, per pregiudizio. E' verso la facilità di lettura che sono diffidente, ma in parte è un mio limite. Quando sento dire di un libro: è bello, si legge velocemente; penso subito male di quel libro e del suo autore (in parte anche del lettore...)

Winfried Sebald non corre questo rischio, con la sua scrittura caratterizzata da una meticolosità descrittiva sicuramente non conciliante - una scrupolosità maniacale, dice lui stesso di sé, ossessiva e sempre più paralizzante - in particolare nella ricostruzione degli ambienti, interni ed esterni: stanze, case, edifici, strade, parchi, giardini, paesaggi.

Non è un vezzo il suo (sarebbe insopportabile), ma appunto una "vocazione metafisica", una una forma attraverso la quale si esprime il suo rapporto drammatico con la realtà o piuttosto con la memoria, con il ricordo, come in questo libro, Gli Emigrati:

Una volta colpiti dall'incantesimo, bisogna continuare con il lavoro incominciato - in questo caso dunque il ricordo, la scrittura e la lettura, finché non schianta il cuore.

Il mestiere di scrittore, dunque, e prima ancora il ricordo, come incantesimo crudele, come dannazione, ma anche come parziale salvezza contro l'oblio.

Gli Emigrati racconta le storie, intrecciate alla vita dell'autore, di quattro personaggi legati alle vicende del popolo ebraico, spaesati ed errabondi. Sebald ne ripercorre il cammino andando in cerca di amici e testimoni, diari, documenti, ritagli di giornali, fotografie, cartoline, e intessendo come sempre parola e immagine fotografica in un’investigazione che è anche indagine sul proprio sradicamento.

Sono storie di solitudine, isolamento, annichilimento (una reiterata istanza di congedo), spaesamento, incomprensione:

E si diventava di giorno in giorno, di ora in ora, da una pulsazione del cuore all'altra sempre più incomprensibili, più poveri di qualità, più astratti... sempre a una distanza di circa 2000 chilometri in linea d'aria - ma a una distanza da dove?

Storie caratterizzate da esiti tragici: il suicidio, la pazzia. Personaggi afflitti da un dolore insanabile (A un certo stadio il dolore cancella il proprio presupposto: la coscienza), da un rapporto insoluto con la memoria spesso fuggita o misconosciuta delle origini (Non volendo che più nulla e nessuno mi ricordasse le mie origini).

Ma allo struggente desiderio dei personaggi...di veder distrutti in sé, nel modo più radicale e irrevocabile, il raziocinio e la memoria si oppone l'ostinazione (l'incantesimo) dello scrittore che non vuole dimenticare, non vuole abbandonare quelle storie all'oblio, prende in mano il filo nascosto di quelle esistenze e prova pazientemente a dipanarlo, finché è in tempo.

Non a caso il libro finisce con la visione onirica delle tre Parche dallo sguardo implacabile, con in mano il fuso, il filo e le forbici. Tagliato il filo, smette ogni racconto. E scende l'oblio.

Ho spesso l'impressione...che il ricordo sia una forma di stoltezza. Ci rende la testa pesante, ci dà le vertigini, come se non si stesse guardando all'indietro attraverso le fughe del tempo, bensì giù verso la terra da grandi altitudini, da una di quelle torri che si perdono nel cielo.

Di Sebald avevo già scritto qui e qui, ringraziando l'amico caro che me lo aveva fatto conoscere.

sabato 15 novembre 2014

La vita è più grande


E poi ci sono i libri che arrivano all'improvviso, come un regalo inaspettato, come un goal in contropiede nei minuti di recupero.

Libri che ti costringono a scrivere che sei felice di averli trovati e di dirlo ai tuoi amici, a quelli che immediatamente possono capire.

Libri che ti fanno riaprire le pagine digitali di un blog che da tempo, per il troppo lavoro, ho trascurato, se non abbandonato.

Libri che hanno un titolo come questo: "La vita è più grande", che da solo basta a giustificarli, perché detto da un autore, e maestro, Giovanni Casoli, che più lontano non è possibile immaginare da ogni forma di sentimentalismo o emozionalismo romantico.

Libri che si aprono con una citazione di quelle definitive, di quelle che dopo averle lette e comprese resta ben poco altro da leggere e da capire, forse, nella vita. La citazione di un gigante della letteratura, F. M. Dostoevskij, di cui hai letto tante pagine ma non queste righe, queste parole:

"La vita è dappertutto, la vita è in noi stessi e non fuori di noi. Accanto a me ci saranno sempre degli esseri umani, ed essere umano tra gli uomini e restarlo sempre, in nessuna sventura svilirsi o perdersi d'animo: ecco in che consiste la vita, ecco il suo compito".

Ci sono libri, come questo, con una sola pagina di Premessa ma che ne vale cento, che spiega il titolo e ne squaderna il senso, che dopo non vorresti leggere altro, vorresti abbandonarlo il libro, per timore infantile di restarne deluso, perché a quest'altezza, a questa profondità, a questa verità, non si può resistere a lungo, come imparò a sua spese Pietro scendendo dal Monte Tabor.

"Primum vivere, deinde philosophari". Prima vivere, poi filosofare. La premessa della Premessa è un'altra citazione, stavolta apparentemente facile, di quelle che hanno il sapore consolatorio degli anni del Liceo. Eppure così per te non ha mai risuonato. Prima vivere, poi filosofare: a scuola e nel sentire comune suonava come ingiustamente liquidatoria di un certo approccio intellettuale alla vita, sentito come falso, inutile o forse solo troppo "faticoso" per uno studente adolescente e pigro. Messa come incipit a questo libro, da uno scrittore-professore che non ha mai insegnato letteratura senza parlare di filosofia, questa massima latina sembra ridetta per la prima volta, a consuntivo di una vita. Quella dell'autore, ma anche un po' la tua, che della "cultura" hai fatto la tua forza (nel tuo piccolo) ma anche il tuo scudo, la barriera difensiva (my wife knows what I mean).

Noi non viviamo solo in una crisi, viviamo nella crisi di una crisi, in cui durezza e cedimento si equivalgono. Così scrive Casoli, che è sempre stato lucido e spietato nella sua analisi dei tempi, dei costumi, delle mode e delle ideologie, indulgendo a volte ad una sua inclinazione leopardiana che noi suoi allievi ben comprendevamo. Eppure oggi aggiunge, in questa pagina, che la vita è più grande di ogni mistificazione. E a me suona come annuncio di speranza quasi inaspettato, che pure nulla sconta all'idiozia, alla durezza, all'ambiguità dei tempi che viviamo.

La vita smaschera, la vita eccede, la vita è più grande; offre sempre, e pur mutevolmente, una condizione di se stessa che supera ogni idea.

Ancora una citazione, l'ultima, dal patrimonio sterminato delle sue letture. Stavolta Cechov:

"La vita è terribile e meravigliosa (...), tutto era così meraviglioso che il fantastico di una favola impallidiva, si confondeva con la vita".






mercoledì 13 agosto 2014

Il grande sipario


Allora mi chiedo: io, chi sono? Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri? Siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenti parvenze sul palcoscenico d'una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia di un prestigiatore nemico?
Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sé. Apocrifi noi tutti, ma apocrifo anche chi ci dirige o raffrena, chi ci accozza o divide: metafisici niente, noi è lui, mischiati a vanvera da un recidivo disguido; nasi di carnevale su teschi colmi di buchi e d'assenza.

Bellissimo il finale de Le menzogne della notte di Gesualdo Bufalino, sempre in bilico tra farsa e tragedia, facezia e dramma, finzione e verità, velamento e svelamento.

Il grande ingannatore, il governatore del carcere sull'isola, il diabolus ex machina, si ritrova alla fine ingannato, anzi peggio: con il dubbio di essere stato ingannato dalle sue stesse vittime, quattro briganti condannati a morte cui aveva surrettiziamente posto quest'alternativa: tradire il capo rivelandone il nome, e salvarsi; restare fedeli alla propria causa e morire. Un dilemma esistenziale da sciogliere nelle brevi ore di una notte (ma la veglia si trasforma in un veglione, le coscienze in maschere)

Non resta che il suicidio a porre fine a quella triste pantomima di che si rivela essere la vita, come se avessi nel pugno il cordone di un grande sipario di pezza.

Un grande Gesualdo Bufalino, lettura imprevista di questa estate.





mercoledì 30 luglio 2014

Scegli di essere gentile


So di non essere un normale ragazzino di dieci anni. Sì, insomma, faccio cose normali, naturalmente. Mangio il gelato. Vado in bicicletta. Gioco a palla. Ho l'Xbox. E cose come queste fanno di me una persona normale. Suppongo. E io mi sento normale. Voglio dire dentro. Ma so anche che i ragazzini normali non fanno fanno scappare via gli altri ragazzini normali tra urla e strepiti ai giardini. E so che la gente non li fissa a bocca aperta ovunque vadano. Se trovassi una lampada magica e potessi esprimere un desiderio, vorrei avere una faccia così normale da passare inosservato.

August, Auggie, è nato con la faccia deturpata da una tremenda malformazione (Non mi dilungo a descrivere il mio aspetto. Tanto, qualunque cosa stiate pensando, probabilmente è molto peggio).

Protetto dalla sua meravigliosa famiglia per i primi dieci anni della sua vita, adesso, per la prima volta, deve affrontare la scuola.

Inizia così il romanzo Wonder, di R.J. Palacio: l'intenso, divertente, emozionante racconto di un ragazzino che trova malgrado tutto il suo posto nel mondo, un libro con un grande cuore, un libro per i ragazzi e per i loro genitori: a me è stato segnalato da un padre, cui l'aveva consigliato il figlio.

Narrato in prima persona da August e dagli altri protagonisti, Wonder è un romanzo sull'amore incondizionato dei genitori nei confronti dei figli (Io la amo la tua faccia, Auggie - confida il padre), sull'amore bellissimo e difficile tra fratelli; un romanzo sulla scuola e l'insegnamento, sull'amicizia e la gestione delle relazioni, fin da piccoli. Un romanzo, infine, forse soprattutto, sulla gentilezza:

Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile.

...

Se ogni singola persona (...) assumesse come regola quella di cercare, ovunque si trovi e ogni qual volta ne abbia la possibilità, di comportarsi in modo un po' più gentile del necessario, qualcun altro, da qualche altra parte, un giorno, qualcun altro potrebbe riconoscere in voi, in ognuno di voi, il volto di Dio.

Sulla quarta di copertina c'è scritto: "Fatevi un favore, leggete questo libro, la vostra vita sarà migliore". Un consiglio senz'altro da condividere.


lunedì 7 luglio 2014

Alla deriva


Sul ponte di coperta c'è un odore nauseabondo. I migranti non si sono potuti lavare per giorni. L'odore di sudore si mescola con quello dei gabinetti chimici e dell'urina. Quando ci si trova ammassati su una barca, senza potersi muovere, si è costretti a farsela addosso. Un uomo dell'equipaggio racconta che di notte i profughi sui barconi non si vedono, ma se ne percepisce l'odore.

Sulla rivista Internazionale il servizio della giornalista olandese Pauline Valkenet, a bordo della San Giorgio, una delle navi della marina che soccorrono i barconi carichi di migranti e profughi.

Tra loro sempre tanti bambini. Ogni volta che salgono a bordo, il medico della marina, una dottoressa, si mette nei panni dei genitori: quanto bisogna essere disperati per rischiare la fragile vita di un figlio in un viaggio pericoloso come questo?

Già. Quanto bisogna essere disperati?





Coloro che rispondono al nome di uomini



Ho finito di leggere un libro grande (750 pagine) ma soprattutto un grande libro, "immortale e terribile", come lo definisce Giovanni Casoli: Vita e destino di Vasilij Grossman (Biblioteca Adelphi). Il racconto realistico dell'assedio di Stalingrado da parte delle truppe tedesche, della follia nazista e dell'altrettanto folle e disumana dittatura sovietica.

Iniziava un nuovo giorno e la guerra si preparava a riempirlo generosamente, fino all'orlo, di fumo, pietrisco, ferro e bende sporche e insanguinate. I giorni precedenti non erano stati diversi. Al mondo non c'era altro che quella terra arata dal ferro, quel cielo in fiamme.

Finito di scrivere nel 1960 da uno scrittore "fra i più noti del realismo socialista sovietico e corrispondente di guerra di immensa popolarità",  il manoscritto fu confiscato dal KGB nel 1961 (insieme alla carta carbone, alle minute e persino ai nastri della macchina per scrivere). L'autore morirà di cancro a Mosca nel 1964. L'opera vedrà la luce in Svizzera nel 1980, ma in forma lacunosa, infine in Russia, nella versione integrale, ma solo nel 1990.

Dentro la Grande Storia, le storie di vita di tanti personaggi piccoli e grandi (anche Hitler e Stalin vengono ritratti nella loro piccola e delirante umanità), tutti alle prese con il loro destino. Soldati semplici e generali, operai e scienziati, uomini del partito e prigionieri politici, russi e tedeschi, mogli, mariti, amanti, figli e figlie, vecchi e giovani, vivi e morti (...tutti sono colpevoli di fronte a una madre che ha perso il figlio in guerra). Una grande epopea umana dagli accenti biblici, sferzata dalla violenza della guerra, dello Stato, del destino.

Il tempo è lo spazio trasparente in cui gli uomini nascono, si muovono e scompaiono senza lasciare traccia... Nel tempo nascono e muoiono anche le grandi città. Il tempo le crea e il tempo le distrugge.

Pagine memorabili sull'amore, la bontà, il dolore (...di enorme ed eterno come la terra c'era il dolore), la morte, la pietà, la scienza, la libertà dell'uomo e la sua dignità (...grande è la forza di una parola intelligente e libera), ma anche il suo contrario, la debolezza, le nefandezze, i tradimenti, la brutalità, l'infamia, la stupidità.

Il 15 settembre dell'anno passato ho visto giustiziare ventimila ebrei, donne, vecchi e bambini. Quel giorno ho capito che Dio non può aver permesso nulla di simile, e mi è parso evidente che non esiste.

...

- Là dove c'è violenza, regna il dolore e scorre il sangue. Le ho viste io, le sofferenze immani dei contadini, e la collettivizzazione era fatta a fin di bene. Non ci credo, io, nel bene, io credo nella bontà
- Dunque, a sentire lei, dovremmo inorridire anche quando, a fin di bene, qualcuno impiccherà Hitler o Himmler... 
- Se lo chiede a Hitler, le dirà che anche questo lager è a fin di bene.

...

Il secolo di Einstein e Planck era diventato anche il secolo di Hitler. La Gestapo e il Rinascimento scientifico erano figli della stessa epoca... I principi del nazismo e quelli della fisica contemporanea si somigliavano in modo terrificante. Il nazismo aveva respinto il concetto di individuo singolo, il concetto di persona, e agiva per insiemi enormi. La fisica contemporanea parlava di maggiori o minori probabilità dei fenomeni nel tale o talaltro insieme di individui fisici. Ma nel suo meccanismo spaventoso il nazismo non si fondava forse sulla legge della politica dei quanti, della probabilità politica? Il nazismo era pervenuto all'idea di eliminare interi strati della popolazione, insiemi legati dalla razza o dall'etnia, sulla base del fatto che in quegli strati e sottostrati la possibilità di un'opposizione nascosta o manifesta era maggiore che altrove. La meccanica delle probabilità e degli insiemi umani. E invece no! Il nazismo è destinato a perire proprio perché vuole applicare all'uomo le leggi degli atomi e dei ciottoli! 

...

Si strinse la mano al petto perché i battiti del suo cuore non disturbassero il loro sonno. In quella penombra provava un senso fortissimo e struggente di tenerezza, angoscia e pena per i suoi figli. Aveva voglia di abbracciarli tutti quanti, il maschio e la femmina, di baciare i loro visini addormentati. In quella stanza provava una tenerezza impotente, un amore irrazionale, e in quella stanza si perdeva d'animo, turbato, debole. 

...

La violenza estrema dei sistemi totalitari si è mostrata capace di paralizzare i cuori su interi continenti... Per sopravvivere l'istinto scende a patti con la coscienza. In suo soccorso sopraggiunge la forza ipnotica di idee grandiose. Che esortano a compiere qualunque sacrificio, a usare qualunque mezzo pur di raggiungere lo scopo supremo: la grandezza futura della Patria, la felicità del genere umano, di una nazione o di una classe, il progresso mondiale. Ma accanto all'istinto di conservazione e alla fascinazione delle teorie esiste anche una terza forza: la paura al cospetto della violenza senza limiti di uno Stato potente, il terrore di fronte all'assassinio posto a fondamento della quotidianità. In uno Stato totalitario la violenza è talmente grande che smette di essere strumento e diviene oggetto di culto e di esaltazione mistica e religiosa. 

... 

L'unica ragione ed eterna della lotta per la vita è l'uomo, la sua pudica unicità, il suo diritto a essere unico.

...

Si stupì che il cuore umano potesse essere tanto grande da costringere la guerra a farsi da parte.

...

Ha una dote straordinaria, la steppa. Una dote che possiede sempre, all'alba, in inverno e in estate, nelle notti scure di tempesta e in quelle terse. Perché sempre e comunque la steppa parla all'uomo di libertà. E la ricorda a chi l'ha perduta.

...

E dunque oltre al bene grande e minaccioso (in nome del quale - è il pensiero ricorrente di Grossman - si compiono da sempre le peggiori atrocità) esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie che, a rischio della propria vita, fanno avere a mogli e madri le lettere dei prigionieri. È la bontà dell'uomo per l'altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà degli uomini oltre al bene religioso e sociale... E questa bontà sciocca (illogica, fortuita) è quanto di umano c'è nell'uomo, è ciò che lo contraddistingue, è l'altezza cui lo spirito umano si eleva. La vita non è il male, ci dice.

Innumerevoli gli spunti e le suggestioni, il nucleo tematico di questo grande romanzo si raccoglie intorno al rapporto drammatico e decisivo, nella vita di ogni uomo, tra libertà e destino, come suggerisce il titolo stesso.

Chi ha peccato ha conosciuto sulla sua pelle la potenza - sterminata - dello Stato totalitario, una forza tremenda che incatena la libertà umana con la propaganda, la fame, la solitudine, col lager, la minaccia di morte, l'anonimato, l'ignominia. Ma a ogni passo che compie sotto la minaccia della miseria, della fame, del lager e della morte, l'uomo ha sempre e comunque accanto la propria volontà, libera e senza catene... Il destino prende per mano l'uomo e l'uomo diventa strumento di forze di sterminio: perché ci guadagna, non perché ci perde. Lui lo sa bene e sceglie di guadagnarci.

La dignità dell'uomo, dentro la tragedia della storia così come nella vita di ogni giorno, risiede alla fine nella sua capacità di restare umano, pur tra errori e fallimenti.

Sebbene confusi, colmi di amarezze, di dubbi e di segreto dolore, tutti speravano di trovare la felicità... Anche lei, vecchia com'era, campava di speranze, non perdeva la fiducia ma aveva paura del male, era piena di angosce per i vivi e non li distingueva dai morti. Era lì, in piedi a guardare le rovine della sua casa, a godersi il cielo di primavera senza neanche rendersene conto... (Ma) lo conosceva, lo capiva con tutto il cuore il senso della vita che era toccata a lei e ai suoi cari, e per quanto né lei né loro potessero dire cosa avesse in serbo la sorte, e per quanto sapessero tutti che in epoche tremende l'uomo non è più artefice del proprio destino e che è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria...., tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose e ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era già morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e ciò che resta.




venerdì 25 aprile 2014

Nessuno te l'ha detto


Morirono per la libertà, 
essi, a cui i padri non avevano insegnato 
a vivere liberi.

Ai martiri della Resistenza antifascista e antinazista, la grande poetessa Elena Bono, da poco scomparsa ultranovantenne, ha dedicato versi indimenticabili eppure ancora troppo poco conosciuti.

Per festeggiare la Festa odierna della Liberazione, e rendere contemporaneamente omaggio a questa grande poetessa, animata da una profondissima fede cattolica, ho scelto questi versi meravigliosi dalle "Stanze per Rinaldo Simonetti", detto "Cucciolo", fucilato per la libertà, appena bambino, nei boschi di Chiavari.

La poesia è composta di tre parti (stanze). Salto la prima, per lasciare spazio all'avvio folgorante della seconda. La terza stanza ci porta improvvisamente in una dimensione mistica, ultraterrena.

II

Fucilato è una parola importante
e tu te ne fai bello
nel tuo cimiterino
fra i candidi vecchioni
e i bambini lattanti
e le ragazze che invece dell'arancio
ebbero una corona di fiori di carta. 
T'ascoltano tutti
con grave attenzione ammirati, 
ma che cos'è la libertà 
questo non ci riesci 
per quanto ti provi 
a spiegarlo 
e finisce che sempre
con un grosso sospiro
ti smarrisci a guardare
nuvole e nebbie che vanno
insieme alla luna. 
I morti nella terra
i vivi nelle case, 
gli altri prendono sonno
e soli ad ora ad ora 
gridano i galli. 
Supino ancora guardi 
quelle lunari nuvole andare 
di là dai castagni 
come una volta. 

III

Nessuno te l'ha detto 
che un animo da re ci vuole 
per entrare negli alti 
palazzi della morte
non da qualunque porta 
alla rinfusa gettati 
ma dalla grande entrata 
a testa dritta 
graziosamente 
recando le ferite come fiori in dono
mentre il Signore si affretta all'incontro 
giù per la scalea aprendo le braccia. 
Nessuno te l'ha detto, 
ragazzo di campagna. 
Ma così tu sei entrato.


lunedì 10 febbraio 2014

Non ci credo


Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà.

Vasilij GrossmanVita e destino