domenica 26 maggio 2019

La storia degli altri

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d'acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l'affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male.

Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d'incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l'incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell'incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capite, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci

Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l'intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? [...]

Capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite... Beh, siete fortunati.

(Philip Roth, Pastorale americana)



domenica 19 maggio 2019

Cazzotti


"Parliamoci chiaro: chi veramente, nel fondo della sua anima, è disposto ad accettare senza combattere l'idea che tutto finisca in polvere, che l'esistenza speciale, unica, eccezionale che ha condotto, tutti i pensieri, i sentimenti, le emozioni, le passioni che ha vissuto, possano dissolversi nel nulla, senza che ne resti più alcuna traccia nell'universo? È un'idea che fa a cazzotti con la nostra umanità".

Antonio Polito, Prove tecniche di resurrezione (Marsilio, 2018)

giovedì 16 maggio 2019

Nient'altro che ciò che accade


Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall'ospizio: "Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti". Non significa niente. Forse è stato ieri.

Lo straniero, di Albert Camus, pubblicato nel 1942, è un classico della letteratura contemporanea, un romanzo tradotto in 40 lingue, da cui Luchino Visconti ha tratto nel 1967 l'omonimo film con Marcello Mastroianni.

Il protagonista, Arthur Meursault, è un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo.

È un uomo che vive pienamente vita, ma al tempo stesso è apatico, come se avesse compreso che la vita semplicemente capita, senza una vera ragione, e senza colpe.

Per me non cambiava niente [...]. Io non mi aspettavo mai niente [...]. In fondo per me era lo stesso [...]. Non significava niente [...]. Non aveva nessuna importanza [...]. Non avevo niente da aggiungere [...]. Non avendo niente da fare [...]. Non avevo niente da dire.

Parla così Meursault, sono queste le sue risposte ripetute, i suoi commenti, le sue considerazioni.
Un giorno, dopo un litigio, senza un apparente motivo, uccide un uomo a colpi di pistola. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto - il processo e la condanna a morte - senza cercare giustificazioni, difese o menzogne, senza alcun pentimento.

Ho fatto (appena) in tempo a ricordarmi che avevo ucciso un uomo. [...] Ma più che rimorso, provavo una certa noia [...]. Non avevo mai avuto occasione di pentirmi davvero di qualche cosa [...]. Del resto, tutti sanno che la vita non vale la pena di essere vissuta [...]. Dato che si muore, il come e quando non importa.

Meursault è un eroe assurdo. Ad un tempo estremamente lucido, eppure privo della piena percezione dei suoi gesti, incappare di avvertire il minimo senso di responsabilità.

L'esistenza, per lui, non è nient'altro che ciò che accade.



venerdì 10 maggio 2019

Gli uomini liberi


"Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combattere nella sconfitta. Gli uomini-gregge, seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomin-gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerra. Vi accorgerete che è così, signore".

John Steinbeck, La luna è tramontata 1942.

"Sono solo un uomo, non un vincitore".

sabato 4 maggio 2019

Una bellezza triste


La bellezza del panorama è nella sua tristezza (Ahmet Rasim).

Il destino di una città può diventare il carattere di una persona, dice Orhan Pamuk nel suo libro autobiografico Istanbul (Einaudi, 2006), che racconta i quartieri, i vicoli e le storie della città intrecciandoli con il racconto della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua formazione letteraria, fra le ceneri di un impero crollato.

Il lettore si è accorto che cercando di raccontare me stesso racconto Istanbul e raccontando Istanbul racconto me stesso.

Lo stato d'animo che ha dominato la città in questi ultimi 150 anni (1850-2000), e che la città ha diffuso intorno a sé, è inesorabilmente la tristezza. Ma nella tristezza di Istanbul c'è una forma di orgoglio, anzi una sorta di superbia, che ha a che fare con la modernizzazione della città, la sua occidentalizzazione e il progresso del nazionalismo turco.

Gli abitanti nazionalisti di Istanbul - scrive Pamuk - avevano bisogno di una bellezza triste in grado sia di accentuare l'identità musulmana della popolazione di Istanbul, sia di dimostrarne l'esistenza nei secoli attraverso l'espressione di un sentimento di perdita e sconfitta.

La nuova identità della città nasce e si sviluppa sotto gli occhi dell'occidente, in un rapporto complesso e controverso di amore e odio. Quando sento mancare gli sguardi occidentali su di me - scrive Pamuk  - divento l'Occidentale di me stesso. 

Ma gli occidentali, che hanno raccontato Istanbul prima e più di quanto non abbiano fatto i suoi abitanti, ne hanno sempre amato le caratteristiche "esotiche", non occidentali, mentre il movimento occidentalista che ha dominato la città nell'ultimo secolo ha distrutto ed eliminato senza tanti problemi queste peculiarità, considerandole degli ostacoli per l'occidentalizzazione.

In questo paradosso si esprime l'identità inquieta e incerta di Istanbul e dei suoi abitanti, compreso lo scrittore.

La città che io chiamo "mia", non è poi completamente mia [...] Non mi sento né completamente appartenente a questa città, né completamente straniero. Questo è anche l'atteggiamento mentale della gente di Istanbul negli ultimi centocinquant'anni [...]. Tutto è a metà, insufficiente, lacunoso.

E ancora.

Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria che vive accanto alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunità, nonostante fosse così aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale e naturale? In realtà ogni frase sulle caratteristiche generali di una città, sulla sua anima e sulla sua essenza, si trasforma in un discorso sulla nostra vita, e soprattutto sul nostro stato d'animo. La città non ha altro centro che noi stessi.







Cosa te ne fai di un topo morto?


George gli lanciò un'occhiata tagliente: “Cos'hai preso da quella tasca?"
“Non ho niente in tasca“ disse Lennie con aria furbetta.
"Lo so che lì non hai niente, ce l'hai in mano. Cos'hai in mano, me lo stai nascondendo?“
"Non ho niente, George, giuro".
"Su, dai qua"
Lennie allontanò da George la mano chiusa. "È solo un topo, George".
"Un topo? Un topo vivo?"
"Uh uh, solo un topo morto, George. Non l'ho ucciso, te lo giuro! L'ho trovato, l'ho trovato già morto"
"Dammelo!" Disse George.
"Oh, lasciamelo tenere, Geroge".
"Dammelo!"
La mano chiusa di Lennie obbedì lentamente. George prese il topo e lo gettò oltre la pozza sulla riva opposta, fra i cespugli".
"E poi, cosa te ne fai di un topo morto?"
"Lo carezzavo col pollice mentre camminavamo", disse Lennie.

Uomini e topi, di John Steinbeck (1937). 

L'amicizia, la tenerezza, l'umorismo e la denuncia sociale, in "un libro semplicemente perfetto" (Nick Hornby).