venerdì 5 agosto 2016

Il critico delle pompe funebri


"Siamo infestati da una genia di persone che non appena un poeta o uno scrittore trapassa, gli piomba in casa con l'impresario delle pompe funebri, e dimentica che il suo solo dovere è di comportarsi come se fosse muta. Ma non parliamo di quella gente. Sono semplicemente dei ladri di cadaveri della letteratura. A uno tocca la polvere, a un altro le ceneri, e l'anima è fuori dalla loro portata".

Il giudizio di Oscar Wilde su alcuni critici. Da Il critico come artista, traduzione di Masolino D'Amico, citata da Mario Andrea Rigoni sul Corriere della Sera di oggi.

martedì 26 aprile 2016

Non è teatrale il mio demonio


Non è teatrale il mio demonio
non è mostruoso non ama il fuoco
lui gioca a svuotare le promesse
ad alitare il suo comandamento
tutto il suo verbo in un solo ritornello
tre parole piantate in mezzo agli occhi:
Non rimane niente, non rimane niente,
di questo tempo di tutti i tempi
di tutte le madri le mani dei padri
del tuo viso inciso nei giorni
non rimarrà che il niente,
siamo un urlo nello spazio
per caso viventi per caso amanti
disordine è il padre da onorare.
Questa è la terra dell'inferno
questo niente da tramandare
niente da difendere niente da sperare

(da Storia d'amoreDaniele Mencarelli, LietoColle, 2015)

domenica 24 aprile 2016

E la morte non avrà più dominio


Nel 1933 Dylan Thomas scrive questa poesia, dai potenti tratti visionari, così tipici della sua scrittura in versi.

Dentro una visione complessivamente tragica dell'esistenza, caratterizzata dal dualismo nascita/morte e utero/tomba (womb/tomb), si aprono varchi che verrebbe da chiamare di speranza o di illuminazione, in cui la forza che nella verde miccia spinge il fiore non è destinata a spegnersi.

In E la morte non avrà più domino si affaccia il tema della Resurrezione. I termini non sono immediatamente confessionali, ma il rimando implicito è al San Paolo della Lettera ai Romani (6-9): Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui.

E la morte non avrà più dominio. 
I morti nudi saranno una cosa 
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente; 
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse, 
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle; 
Benché impazziscano saranno sani di mente, 
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla, 
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo; 
E la morte non avrà più dominio. 

E la morte non avrà più dominio. 
Sotto i meandri del mare 
Giacendo a lungo non moriranno nel vento; 
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono, 
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno; 
Si spaccherà la fede in quelle mani 
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte; 
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno; 
E la morte non avrà più dominio. 

E la morte non avrà più dominio. 
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi, 
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare; 
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore 
Mai più sfidare i colpi della pioggia; 
Ma benché pazzi e morti stecchiti, 
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite; 
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà; 
E la morte non avrà più dominio. 

L'immagine finale del sole mi richiama i versi finali di Visione e preghiera, sempre di D. Thomas:

Io volto l'angolo della preghiera e ardo
Benedetto dall'improvviso / Sole (...)
Oh lasciate che egli / Mi ustioni e mi anneghi 
Nella sua cosmica ferita (...) 
Ora io sono perduto in colui che
Acceca. Il sole rugge alla fine della preghiera



(Dylan Thomas, Poesie, Einaudi. Traduzione di Ariodante)


sabato 23 aprile 2016

Prima che io bussassi


Prima che io bussassi è una poesia di Dylan Thomas del 1933.

In questo testo il poeta opera una drammatica identificazione tra la nascita e la vita dell'uomo e la passione di Cristo. Anzi addirittura questa identificazione avviene ancora prima della nascita, le tappe della passione si compiono già prima di bussare alla vita, prima dell'uscita dal grembo: ancora ingeneratosubii il martirio.

Si tratta di un tema ricorrente nella poesia di Dylan Thomas, che nella nascita legge drammaticamente un anticipo di condanna a morte: 

E il grembo insinua una morte / mentre fuoriesce la vita (Un processo nel clima del cuore)

Una condanna che non riguarda solo l'uomo, ma l'intero creato:

Già nella ghianda è abbattuta la quercia / E il falco uccide lo scricciolo nell'uovo (Ballata dell'esca dalle lunghe gambe)

L'esistenza, il tempo (Uccidi il Tempo!) non fa che confermare questo amaro destino: la creatura mortale è sospinta alla deriva, capace di opporre alla morte una ben flebile resistenza (E fui abbattuto dalla piuma della morte).

La storia della sofferenza umana coincide con quella della croce, in una prospettiva espressamente religiosa. La figura di Cristo e la parabola della sua Incarnazione si sovrappone a quella del poeta, che termina invocando pietà per Colui / che usò per armatura la mia carne e le ossa / e uso doppiezza al grembo di mia madre, vale a dire il ventre di Maria, ferito ben due volte dalla nascita e dalla crocifissione.


Prima che io bussassi ed entrasse la carne,
Con liquide nocche battute sul ventre,
Io che ero informe come l'acqua
Che formava il Giordano vicino alla mia casa
Ero fratello della figlia di Mnetha
E sorella del verme generante.

Io che ero sordo a primavera e estate,
Che non sapevo il nome della luna e del sole,
Sentivo il tonfo sotto l'armatura 
Della mia carne, forma ancora fusa,
Le stelle plumbee, il maglio piovoso
Che mio padre sferrava dalla cupola.

Conobbi il messaggio dell'inverno,
Le frecce della grandine, la neve infantile,
E il vento corteggiava mia sorella;
Il vento balzò in me, la rugiada infernale;
Le mie vene fluivano con il climad'oriente;
Non generato conobbi il giorno e la notte.

Ancora ingenerato, subii il martirio;
Il cavalletto dei sogni le mie ossa liliali
Attorcigliò in un vivo monogramma,
La carne fu tagliata a incrociare le linee
Di croci del patibolo sul fegato
E le spine dei rovi nel cervello grondante.

La mia gola ebbe sete prima della struttura
Di pelle e di vene intorno al pozzo
Dove parole e acqua formano una mistura
Che non fallisce finché scorre il sangue;
Il mio cuore conobbe l'amore, il mio ventre la fame;
Sentii l'odore del verme nelle feci.

E il tempo sospinse alla deriva
O in fondo ai mari la mia creatura mortale
Avvisata della salata avventura
Di maree che mai toccano le rive.
Io che ero ricco fui reso più ricco
Sorseggiando alla vite dei giorni.

Nato di carne e spirito, non ero
Né spirito né uomo, ma un fantasma mortale.
E fui abbattuto dalla piuma della morte.
Io fui un mortale fino all'ultimo 
Lungo sospiro che recò a mio padre
Il messaggio del suo morente cristo.

O voi che v'inchinate alla croce e all'altare,
Abbiate memoria di me e pietà di Colui
Che usò per armatura la mia carne e le ossa
E usò doppiezza al grembo di mia madre. 



(Dylan Thomas, Poesie, Einaudi. Traduzione di Ariodante Marianni)



sabato 2 gennaio 2016

Te lo prometto


Chiara, te lo prometto, risorgeremo.
Io, te, mamma, e Gloria e Gabriele
Rideremo in eterno e un nuovo gioco
Impareremo a vivere tra Sirio
E l'Orsa Maggiore.
                             Guarda! Il cielo 
Non è un buco nero che ti mangia,
Perché la pancia
Del lupo è solo un grembo
Buono, e l'universo è un prato
Rifiorito, è preparato
Per noi come una festa
E la vivremo, credimi,
In eterno.


(Marco Guzzi, In eterno, da Nella mia storia solo Dio, Passigli, 2005, riproposto in Parole per nascere, Paoline, 2014)

L'ora della ricreazione


C'è un orizzonte più ampio del cuore.
Più ampio perfino del mondo.
Si apre a un passo da te. Molto vicino.
Non appena ci posi l'occhio.
Se lo vedi ha i colori della terra.
Profuma d'abeti o di scoglio.
Tra le foglie d'un olivo si dilata
Come la fragranza di un sorriso.

O ci stai dentro oppure scompare.
O lo conosci oppure non esiste.
Chi ci abita sa leggere i quadri
Del mondo come nobili
Leggende illustrate.
                              Non c'è fondo
Al passero o alla rana.
Tutta la trama è un unico rigoglio
Senza strappi e senza cuciture.

E io stesso non sono una figura
Finita, ma un corso
Della vita, un suo discorso
Che nelle pause del sonno mi continua
A parlare di te.

                       "Da questo punto
Di vista ti ho creato
Perché guardando coi miei occhi procreassi
Questo momento di perfetta ricreazione".


(Marco Guzzi, L'ora della ricreazione, da Preparativi per la vita terrena, Passigli, 2002, riproposto in Parole per nascere, Paoline, 2014)



lunedì 21 dicembre 2015

Maledetti tulipani


I tulipani sono troppo eccitabili, qui è inverno.
Guarda com'è tutto bianco, quieto, coperto di neve.
Sto imparando la pace, distesa quietamente, sola,
come la luce posa su queste pareti bianche, questo letto, queste mani.
Non sono nessuno; non ho nulla a che fare con le esplosioni.
Ho consegnato il mio nome e i miei vestiti alle infermiere,
la mia storia all'anestesista e il mio corpo ai chirurghi.

Mi hanno sistemato la testa tra il cuscino e il risvolto del lenzuolo
come un occhio fra due palpebre bianche che non vogliono chiudersi.
Stupida pupilla, deve assorbire tutto.
Le infermiere passano e ripassano, non danno disturbo,
passano come gabbiani diretti nell'interno, in cuffia bianca,
le mani affaccendate, ciascuna identica all'altra,
sicché è impossibile dire quante sono.

Il mio corpo è un ciottolo per loro, lo accudiscono come l'acqua
accudisce i ciottoli su cui deve scorrere, lisciandoli piano.
Mi portano il torpore nei loro aghi lucenti, mi portano il sonno.
Ora che ho perso me stessa, sono stanca di bagagli -
la mia ventiquattrore di vernice come un portapillole nero,
mio marito e mia figlia che sorridono dalla foto di famiglia;
i miei sorrisi mi si agganciano alla pelle, ami sorridenti.

Ho lasciato scivolar via le cose, cargo di trent'anni
ostinatamente aggrappata al mio nome e al mio indirizzo.
Con l'ovatta mi hanno ripulito dei miei legami affettivi.
Impaurita e nuda sulla barella col cuscino di plastica verde
ho visto il mio servizio da tè, i cassettoni della biancheria, i miei libri
affondare e sparire, e l'acqua mi ha sommerso.
Sono una suora, adesso, non sono mai stata così pura.

Io non volevo fiori, volevo solamente
giacere con le palme arrovesciate ed essere vuota, vuota.
Come si è liberi, non ti immagini quanto -
È una pace così grande che ti stordisce,
e non chiede nulla, una targhetta col nome, poche cose.
È a questo che si accostano i morti alla fine; li immagino
chiudervi sopra la bocca come un'ostia della Comunione.

Sono troppo rossi, anzitutto, questi tulipani, mi fanno male.
Li sentivo respirare già attraverso la carta, un respiro
sommesso, attraverso le fasce bianche, come un neonato spaventoso.
Il loro rosso parla alla mia ferita, vi corrisponde.
Sono subdoli: sembrano galleggiare, e invece sono un peso,
mi agitano con le loro lingue improvvise e il loro colore,
dodici rossi piombi intorno al collo.

Nessuno mi osservava prima, ora sono osservata.
I tulipani si volgono a me, e dietro a me alla finestra,
dove una volta al giorno la luce si allarga lenta e lenta si assottiglia,
e io mi vedo, piatta, ridicola, un'ombra di carta ritagliata
tra l'occhio del sole e l'occhio dei tulipani,
e non ho volto, ho voluto cancellarmi.
I vividi tulipani mangiano il mio ossigeno.

Prima del loro arrivo l'aria era calma,
andava e veniva, un respiro dopo l'altro, senza dar fastidio.
Poi i tulipani l'hanno riempita come un frastuono.
Ora s'impiglia e vortica intorno a loro così come un fiume
s'impiglia e vortica intorno a un motore affondato rosso di ruggine.
Concentrano la mia attenzione, che era felice
di vagare e riposare senza farsi coinvolgere.

Anche le pareti sembrano riscaldarsi.
I tulipani dovrebbero essere in gabbia come animali pericolosi,
si aprono come la bocca di un grande felino africano,
e io mi accorgo del mio cuore, che apre e chiude
la sua coppa di fiori rossi per l'amore che mi porta.
L'acqua che sento sulla lingua è calda e salata, come il mare,
e viene da un Paese lontano quanto la salute.


("Tulipani", Sylvia Plath, 18 marzo 1961)


Foto da Flickr, Igor Klisov

giovedì 17 dicembre 2015

Ricomincia l'attesa


Appollaiato in alto sul rigido stecco
Un corvo nero bagnato
Si aggiusta e si riaggiusta le piume nella pioggia.
Non mi aspetto un miracolo
O un evento

Che dia fuoco alla vista
Nel mio occhio, e nemmeno più cerco
Nella stagione mutevole un disegno,
Ma lascio che le foglie maculate cadano come capita,
Senza cerimonia, o presagio.

Benché, lo ammetto, io desideri
Ogni tanto qualche risposta
Dal cielo muto, in verità non posso lamentarmi:
Una luce modesta può sempre
Balzare incandescente

Dal tavolo di una cucina e da una sedia
Come se un ardore celestiale
Si impadronisse a tratti degli oggetti più ottusi
Consacrando così un intervallo
Altrimenti irrilevante

Con l'elargizione di doni, di onore,
Di amore, si potrebbe forse dire. Sia come sia, ora cammino
Guardinga (perché c'è caso che avvenga
Persino in questo grigio panorama in rovina); scettica
Eppure accorta; ignara

Di qualsivoglia angelo scegliesse di avvampare
D'un tratto al mio fianco. So soltanto che un corvo
Che si rassetta le piume può brillare a tal punto
Da afferrare i miei sensi, issare a forza
Le palpebre, e accordare

Una breve tregua alla paura
Della neutralità assoluta. Con un po' di fortuna,
Arrancando testarda in questa stagione
Faticosa, metterò 
Insieme una contentezza,

Più o meno. I miracoli avvengono,
Se vogliamo chiamare miracoli quegli spasmodici
Scherzi di radianza. Ricomincia l'attesa,
La lunga attesa dell'angelo,
Di quella rara, aleatoria discesa.

(Sylvia Plath, Corvo nero in tempo piovoso, 1956)




sabato 28 novembre 2015

Parole che nascondono nomi


Se fossi l'insegnante che avrei voluto essere, inserirei tra le materie "storia delle parole", un modo sorprendente e spesso divertente di prendere coscienza di chi siamo, da dove veniamo, cosa stiamo davvero dicendo quando usiamo le parole difficili o quelle di tutti i giorni.

La storia, il significato, l'etimologia delle parole possono farti compiere in un lampo salti temporali vertiginosi, creare legami e connessioni a volte impensabili, farti entrare nel vivo della Storia o del Mito dalla porta di servizio.

A questo proposito, ho finito di leggere "Parole di giornata", di Edoardo Lombard Vallauri e Giorgio Moretti (Il Mulino, 2015), libro che racconta la curiosità, la meraviglia e l'uso di oltre 250 parole, partendo dall'esperienza del sito unaparolaagiorno.it.

Tanti gli spunti, le suggestioni, le informazioni. Tra i fenomeni della lingua più curiosi e divertenti voglio segnalare quello dell'antonomasia, figura retorica che consiste nell'uso di un nome proprio caratterizzante al posto di un nome comune (o viceversa). Quando diciamo di qualcuno che è un Casanova o un Mecenate, magari senza sapere esattamente chi fossero questi signori, stiamo usando un'antonomasia. La notorietà di questi nomi ha cioè caratterizzato un'intera categoria di persone o concetti.

Altre volte ancora nemmeno ci accorgiamo oppure ci scordiamo che dietro le parole o le espressioni che adottiamo si nascondono nomi di persone (vere o letterarie) con le loro storie e vicissitudini.

Quando parliamo di boicottaggio, ad esempio, stiamo parlando del capitano inglese Charles Canningham Boycott, proprietario terriero dell'800 che fece arrabbiare non poco i suoi braccianti. 

Se improntiamo le nostre azioni al piccolo o al grande cabotaggio, stiamo inconsapevolmente ricordando le imprese del navigatore Giovanni Caboto. 

Se ci perdiamo al centro storico in un dedalo di strade, la colpa sarà dell'architetto omonimo che costruì il labirinto del palazzo di Minosse e tentò la fuga in volo con ali di cera insieme al figlio Icaro.

Se invochiamo pene draconiane per i responsabili di qualsivoglia misfatto, stiamo assumendo come modello l'arconte Dracone, primo legislatore di Atene nel VII a.C.

Se un'affermazione ci apparirà lapalissiana, il merito (o la colpa) è del marchese Jaques De La Palice, maresciallo di Francia vissuto nel 1500.

Se vogliamo linciare una persona, come impulso di rabbia o di vendetta certamente censurabile, ci stiamo attrezzando ad "usare la legge di Lynch": Charles Lynch, giudice inflessibile della Virginia, o William Lynch, comandante militare.

Se ci prepariamo un pranzo luculliano, lo dobbiamo a Lucio Licinio Lucullo, generale romano rimasto celebre per i suoi banchetti.

Se diamo a qualcuno del maramaldo, o siam noi stessi a maramaldeggiare, ricordiamo la vile prepotenza di Fabrizio Maramaldo, soldato di ventura che uccide il condottiero Francesco Ferrucci, prigioniero e disarmato.

Pantagruelico sarà invece il nostro appetito, come lo era quello di Pantagruel, gigante insaziabile protagonista del romanzo del '500 Gargantua e Pantagruel.

Sciovinista diremo il nazionalista esaltato, in memoria di Nicolas Chauvin, soldato di Napoleone sfrenatamente militarista e patriottico. Stacanovista il lavoratore indefesso, in memoria del minatore russo Aleksej Grigorevic Stachanov.

Quando, infine, ci capiterà di apprezzare la silhouette di una bella donna, ci sorprenderemo di rievocare la figura di Etienne de Silhouette, controllore generale delle Finanze del re di Francia Luigi XV, rimasto nella storia per la sua capacità di rendere "smilze" e vuote a suon di tasse le tasche dei contribuenti.


sabato 10 ottobre 2015

L'architrave


Due giorni di esercizi spirituali dedicati al tema della Misericordia, alla luce della predicazione di Papa Francesco e in vista del prossimo Giubileo (ma anche del Sinodo in corso). Alcune delle cose che ho imparato, grazie alla teologa Stella Morra (Dio non si stanca. La misericordia come forma ecclesiale, EDB)

La misericordia, scrive Papa Francesco nella bolla d'indizione del Giubileo (Misericordiae Vultus), è l'architrave che sorregge la vita della chiesa. Proprio così, l'architrave.

Immagine di sorprendente quanto inequivoca solidità, che non corrisponde a quell'accezione vaga e sentimentale con la quale connotiamo invece solitamente il termine misericordia o l'aggettivo misericordioso. Essere misericordiosi: un'attitudine che sì ci piace, ma che guardiamo con malcelata diffidenza (dove andremo a finire se siamo troppo misericordiosi, che ne sarà della giustizia; va bene la misericordia, ma fino a un certo punto...). Una specie di buonismo in salsa cattolica.

Nulla di tutto questo. La misericordia di cui sembra parlare Francesco non è un vago sentimento dell'anima. Non sarebbe del resto un'architrave: un sentimento generico non è in grado di sorreggere nulla. Nessun sentimentalismo, dunque, e nessun individualismo: la misericordia non è un fatto personale o caratteriale. Non è neanche una coloritura spirituale. Parliamo piuttosto di misericordia come categoria teologica.

Se la fede è la risposta alla buona notizia del Vangelo: Siete infinitamente amati da Dio in quanto peccatori (non nonostante siate peccatori), la misericordia sarà allora il modo in cui rendiamo vivibile e visibile questa fede, sarà l'architrave della vita della Chiesa perché ne costituirà la logica fondamentale, procedurale, e il criterio di giudizio. 

Logica sta per regola grammaticale, sintassi di base, programma di sistema, come nei pc. La misericordia deve essere il sistema operativo, la logica procedurale della Chiesa. Criterio di giudizio, significa che la misericordia non è, come spesso erroneamente si pensa, assenza di giudizio, non significa che ci va bene tutto, ma che c'è un giudizio diverso, non giuridico e presunto oggettivo. Quando Gesù dice che pubblicane e prostitute ci precederanno nel Regno dei cieli, esprime chiaramente un giudizio di preferenza e precedenza.  La misericordia è un modo diverso di giudicare, un'altra forma di giudizio, un criterio non-giuridico di giudicare, di cui abbondano gli esempi nel Vangelo (le parabole del Padre misericordioso, dei talenti, dei lavoratori della vigna che ricevono lo stesso compenso pur avendo lavorato poche ore).

Si tratta per la Chiesa di un rovesciamento totale di prospettiva, perché da qualche secolo ormai ha scelto la dottrina come architrave, non la misericordia, ha identificato con la dottrina la vivibilità e visibilità della fede e la dottrina è diventata logica procedurale e criterio di giudizio. Eppure in Gesù non è così, non è la dottrina a far la differenza. Non perde nulla la dottrina da questo capovolgimento, non deve cambiare, non diventa meno vera. Resta ciò che illumina e spiega la fede, non ciò che la giudica.