domenica 16 febbraio 2020

Istruzioni

Istruzioni per vivere una vita, di Mary Oliver

Pay attention
Be astonished
Tell about it

(Fa’ attenzione / Stupisciti / Raccontalo)


Da L'urgenza di una conversione poetica di Andrea Monda su L'Osservatore Romano.

domenica 19 gennaio 2020

Uscita di sicurezza

Uscita di sicurezza è una raccolta di scritti di Ignazio Silone, pubblicati nel 1965, che costituiscono una sua ideale autobiografia. 

Si parte dal racconto della sua adolescenza vissuta nel fondo della provincia italiana, tra i cafoni resi immortali dai suoi romanzi; si passa al periodo di militanza del partito comunista italiano, come esule antifascista, e al distacco da quel partito per il rifiuto assoluto di ogni totalitarismo, che è il nodo centrale, drammatico, della sua intera esistenza; si finisce alla riflessione sul nichilismo e sui motivi contraddittori che rendono ambiguo l'evolversi della società contemporanea del benessere diffuso.

Uscita di sicurezza è, in particolare, uno dei dieci scritti che compongono la raccolta e che dà il titolo all'intero volume. Apparso la prima volta in rivista nel 1949, destò inevitabilmente un clamore tale che lo stesso leader del partito comunista italiano, Togliatti, fu costretto a rispondere.

Si tratta di un racconto autobiografico di grande forza, lucidità e drammatica bellezza, mosso dall'assoluta necessità di testimoniare, di affermare il senso e limiti di una dolorosa ma definitiva rottura, e di una più sincera fedeltà

Silone racconta da principio come da emigrato e poi esule antifascista diventa dirigente del partito comunista italiano, un partito che si faceva famiglia scuola chiesa e caserma

Il suo ingresso nel partito aveva rappresentato l'esito di una prima uscita di sicurezza, l'uscita dalla solitudine insopportabile della sua terra, alla scoperta di un nuovo continente, la città di Milano e il primo contatto con il movimento operaio.

La partecipazione ai congressi e alle riunioni del partito a Mosca, il contatto con i dirigenti comunisti più autorevoli, Stalin e Tortzky su tutti, gli aveva drammaticamente rivelato la loro assoluta incapacità di discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie. Il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz'altro un opportunista, se non addirittura un traditore e un venduto. Un avversario in buonafede sembrava per i comunisti russi inconcepibile.

Mentre osserva la rivoluzione divorare i suoi figli prediletti, Silone si interroga sullo scandaloso paradosso di "Come si possa, militando nel movimento comunista, diventare fascista".

Con l'ingenua spontaneità del sovversivo provinciale, Silone denuncia un sistema gli si era manifestato, puramente e semplicemente, come regno dell'arbitro.

Il comunismo, sorto dalle più profonde contraddizioni della società moderna, le riproduceva tutte nel suo seno, e con esacerbata virulenza. 

Silone vive queste contraddizioni come un dramma personale e familiare, richiamando la memoria di quanti comunisti vivono in clandestinità e vengono perseguitati dal regime fascista. "In Italia, finché governa il fascismo non puoi tornare", gli ricorda Giuseppe Di Vittorio. "All'estero, senza carte non puoi fermarti. Non hai i mezzi di sussistenza. Non hai buona salute. Tuo fratello è in carcere per il Partito (morirà di lì a poco). Tutti i tuoi amici sono nel Partito e romperebbero con te appena tu ne uscissi. Contro il fascismo non v'è altra forza fuori della nostra". 

La situazione all'interno del partito diventa per Silone insostenibile. La sua espulsione, la sua seconda uscita di sicurezza, arriva nel 1931. 

La verità è questa: l'uscita dal Partito comunista fu per me una data assai triste, un grave lutto, il lutto della mia gioventù

mercoledì 8 gennaio 2020

Codice di sopravvivenza

Un "telescopio puntato sulla vita", uno "strumento prodigioso di lettura dell’esperienza individuale e collettiva", un "codice di sopravvivenza del nostro stare al mondo".

La storica rivista Civiltà Cattolica torna a parlare della letteratura e delle sue ragioni in un recente preziosissimo articolo (Perchè la letteratura?) firmato dal card. José Tolentino de Mendonça, teologo e poeta, archivista e bibliotecario della Santa Sede. Un articolo da conservare per la sua forza e la sua chiarezza anche sul rapporto tra fede e letteratura. Alcune perle:

"Non comprende veramente una determinata tradizione culturale chi ignora la sua letteratura. Non comprende l’essere umano, nella sua universalità, chi ignora le testimonianze poetiche che esso è andato inanellando nel corso dei millenni". Abbiamo dunque bisogno della letteratura "non come di un ornamento gradevole ma tutto sommato superfluo del nostro habitat spirituale, bensì come di una sua struttura portante, un codice di sopravvivenza del nostro stare al mondo".

"Uno dei drammi del cristianesimo e delle religioni del nostro tempo, è la crescente dislocazione della sua autocomprensione al di fuori dall’orizzonte della letteratura: sempre meno la pratica religiosa contemporanea ricorre alla letteratura per articolare le proprie rappresentazioni di fede, e sempre meno la letteratura ricorre al loro discorso come risorsa di senso".

"È perciò una responsabilità urgente e gravissima della Chiesa, di tutti i credenti, riattivare processi culturali che sbocchino nella creazione di codici e chiavi di lettura del presente (...) rispondenti alle sofisticate richieste avanzate dalla storia contemporanea", rimettere in moto "l’indispensabile dinamica creativa fra fede e cultura", superando gli approcci egemonici del passato.

L'obiettivo e la responsabilità è di far nascere qualcosa di cui non solo la Chiesa, ma tutta la società ha disperatamente bisogno: "non una letteratura cristiana, che appartiene a un modello di civiltà del passato, ma una letteratura che faccia della fede cristiana (...) una risorsa di senso per l’umanità del nostro tempo".

L'articolo merita di essere letto, meditato e condiviso integralmente.

venerdì 3 gennaio 2020

Non resistenza

Romanzo sorprendentemente "cristologico". Luca, il protagonista, sconta da innocente in carcere una condanna di 40 anni per un omicidio che non ha mai commesso. Affronta il processo senza difendersi, restando mite e mansueto, per fedeltà ad un amore segreto, che non poteva essere rivelato apertamente, pena il suo tradimento. Nei suoi confronti, l'ostilità dei giudici e dell'intero Paese.

Durante l'interrogatorio egli guardava fisso qualcosa sulla parete, al di sopra del presidente [del tribunale]. "Cosa guardate?" gli gridò il presidente. "Gesù in croce" gli rispose Luca; "non è permesso?" "Dovete guardare in faccia chi vi parla" gridò il presidente. "Scusate" replicò Luca "ma anche Lui mi parla; perché non lo fate tacere?" Puoi immaginare l'ilarità del pubblico (del processo). Era uno spettacolo assurdo e spaventoso. Alla fine del dibattimento, come d'uso, il presidente chiese all'imputato se avesse da dire qualcosa, prima che i giurati si ritirassero in camera di consiglio. Luca mosse lievemente le labbra. "Più forte" gridò il presidente. Ma Luca arrossì e lo guardò imbarazzato. "Che cosa avete detto?" Insisté il presidente. "Che iddio vi perdoni" disse Luca. La sua non resistenza era spaventosa. Avesse bestemmiato, inveito, minacciato; invece era mite e mansueto. Negava di essere stato l'omicida, ma assisteva alla sfilata dei testimoni che accumulavano indizi contro di lui, come a uno spettacolo che non lo riguardasse. 

venerdì 27 dicembre 2019

Vannella

Giurate di non aiutare i partigiani? In fila sul sagrato della Chiesa, davanti al plotone dei soldati tedeschi occupanti, tutta la gente del paese risponde di sì, anche il prete, che pure era il sospettato numero uno. 

Tutti tranne lei, Giovanna detta Vannella, la figlia del medico fascista del paese. Unica tra donne, vecchi e bambini mezzi morti di paura, rifiuta la solenne pagliacciata di giurar di non aiutare i partigiani, gli "schifosi della montagna". E riceve in cambio, dall'ufficiale tedesco, uno sputo in faccia.

D'accordo, sì, d'accordo, cos'è un po' di saliva rispetto al mare di sangue che ricopre la terra? Ma la guerra non è solo la catastrofe delle tante morti: è violazione della dignità morale dell'uomo.

Vannella è terrorizzata, ma davanti al comandante tedesco non parla e non giura. Quale potere di provocazione ha il suo silenzio. "Eppure ho visto Dio nel battere atterrito delle ciglia, in quel modo furtivo vergognoso, di asciugarsi la guancia contro la spalla. Dio in una forma che non sapevo. Come un uccello piccolo, il più piccolo e debole. Non l'aquila di Zeus. Forse non la potenza paurosa di Dio, bensì la debolezza del Divino riesce intollerabile a un mondo come questo".

In tutto il romanzo di Elena Bono (Come un fiume come un sogno), Vannella non pronuncia una parola, ma ne è la protagonista silenziosa. Non parla e quasi non compare, si nasconde, ma comunica con la sua "bellezza", la forza interiore di chi assume con determinazione cosciente il ruolo della vittima.

Sputacchiata da un ufficiale tedesco, sorvegliata come soccorritrice dei partigiani e infine deportata in campo di concentramento, la ragazza è - poeticamente - la figura dell'angelo (visiting angel) di cui parlano Eliot e Montale: creatura testimone (e martire) di quell'amore che supera ogni limite umano e apre la dimensione dell'Oltre, testimone di un altro ordine e di un'altra natura.





Quella mano


Dice che appena un'ombra a lei rimane
del padre ridotto a zero dalla tisi
presto divelto non solo dall'elenco dei vivi
ma dai nomi della memoria,
come una storia abrasa perduta mai esistita:
un giardino azzurro di gelo, un paese
rappreso sui colli boschivi alto sul lago,
e, calda, nel giardino
nel paese sulle colline in mezzo al mondo
nel cosmo nel secolo breve
la mano festosa di lui che compatta la neve, / dà forma umana al pupazzo
affonda una carota come naso
due monete per gli occhi
poi rientra e scompare
per sempre nel suo cielo d'incertezza.

Doveva essere io Natale
del '30, o del '31.
Nessuno, oltre mia madre, può vedere
nel fondo vago degli occhi quella mano.

Da un lontano NataleFabio Pusterla in Natale in poesia, Antologia dal IV al XX secolo (Interlinea).




lunedì 16 dicembre 2019

La vicenda di gioia e di dolore

Taci, anima stanca di godere
e di soffrire
(all'uno e all'altro
vai rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d'ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d'una rassegnazione disperata.

Noi non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...

Invece camminiamo.
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.

La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca
. Perduta ha la sua voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande deserto.

Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso

(Camillo Sbarbaro, Pianissimo, 1914)

sabato 23 novembre 2019

Grandezza

Si può tornare ad usare, per un libro come questo, qualcosa di non più in uso per cose di tal genere, cioè di grandezza

Il romanzo, per opera di Elena Bono, torna sotto l'albero del bene e del male e affronta il radicale destino dell'uomo, in una forma che ricorda la tragedia classica o, in luce più moderna, Dostoevskij. 

Qui non si tratta di discutere dei meriti e delle caratteristiche di un'opera letteraria, ma di qualcosa di più impegnativo, della chiamata in causa della letteratura, e dell'arte in generale, come luogo primario della verità.  Non credo si possa avere con la letteratura un rapporto come quello che ha Elena Bono se non si crede a questa funzione originaria della letteratura come verità, come messa in discussione radicale del senso della vita e del destino dell'uomo.

Elio Gioanola, introduzione al romanzo di Elena Bono "Come un fiume, come un sogno" (Le Mani, 1985), primo volume della trilogia Uomo e Superuomo.

Già da sola, vale il libro.

lunedì 18 novembre 2019

La degustazione del Cristo

"Una Chiesa viva trabocca della degustazione del Cristo [...] Nulla più del gustare comunica la conoscenza della grazia"

Mons. Aldo Del Monte, in L'umanità di Dio, sul senso divino o i sensi del divino.

Il tatto. "La piu grande gioia del prete è quella di riuscire a portare i propri fratelli a toccare con mano l'umanità di Dio".

L'udito, capace di prendere "il tono della voce della Parola". Ma "se in una Chiesa l'amore non è perfetto, quante stonature".

L'olfatto, capace di sentire il profumo della Chiesa, della santità, tanto che "la realtà del profumo è una delle principali visibilizzazioni del mistero".

La vista, o visus ecclesiale, il senso spirituale più attivo nella Chiesa. La capacità di sapere vedere il divino, cioè "l'infinita bellezza che dall'umanità di Dio si riflette sul corpo di Cristo, che è la Chiesa".

giovedì 14 novembre 2019

Ti prego

Spesso si pensa che la soluzione al dolore sia altrove, ma è nel dolore la soluzione al dolore [...]

Oggi vorrei che la morte restasse uno scandalo [...] La morte scandalizza la nostra visione autocentrata, il nostro tutto bene sempre, il nostro controllo. Ti prego morte, non lasciarti addomesticare, non diventare turistica, continua a farmi un assoluto male e dammi il mistero di te, di me, della non separatezza [...]

Mia sorella è morta d'estate, a fine luglio. Ma era all'ospedale già da un mese e mezzo. Non tutti volevano avere notizie, gli rovinavano l'estate. Ho avuto rispetto, ho taciuto. E ora so che come tutti gli estremi la morte è spada, di qui chi è qui, di là chi è altrove [...]

Eppure la morte è un altro genere di nascita. L'ho visto, non solo nel corpo di chi muore, che così spesso diventa simile a un feto, ma anche in chi resta, si nasce di nuovo, si cambia pelle [...]

Non so cosa diventerai, sorella mia, ma so che sei in viaggio. So che ogni viaggio disfa, so che ogni viaggio riconsegna. So che si torna sempre. So che c'è sempre una casa anche se non so com'è né dov'è.

Chandra Livia Candiani, Il Silenzio è cosa viva. L'arte della meditazione (Einaudi)