lunedì 5 novembre 2007

"Noi siamo santi"

"Lo sai papà che Dario, Michele e Andrea ridono per il santo?" Così mi dice improvvisamente Giosuè alzando la testa dal foglio su cui sta disegnando. E aggiunge subito: "Ma io gli ho detto che noi siamo santi". La cosa si fa interessante. Capisco che tra compagni della scuola materna devono aver giocato sulla parola "santo" per una canzoncina, spiega Giosuè. Ma sento soprattutto che è uno di quei momenti in cui Giosi tira fuori i suoi pensieri mistici, creativi, rielaborando alla maniera dei bambini le cose che ha ascoltato chissà quando. Allora gli do spago e gli chiedo, preparandomi a godere l'ascolto - "che cosa vuol dire essere santi?" "Santo vuol dire volere bene - risponde lui - Il santo vuol dire amore". E ancora: "Santo vuol dire pregare per nostro Signore Gesù e Dio". Lo provoco e gli dico "continua, fammi sentire che dice il tuo cuore". E Giosi: "Grazie Gesù che hai fatto questa vita bellissima. Grazie anche a Dio perchè ha creato gli uomini e perchè ha liberato Gesù dai cattivi e lo ha fatto risorgere". Infine, ancora "Grazie a Gesù che ha promesso ai cattivi di diventare buoni". Il senso di quel "promesso" mi sfugge, ma sento che è meglio così.

3 commenti:

il moralista... ha detto...

... per Luisa tutto ciò sarebbe un sollucchero... e la promessa ai cattivi è la parte davvero più profetica... e btavo il nostro Giosuè (in nome homen)

parra ha detto...

Tradito e deluso. E' così che mi sento al mio ritorno, dopo una breve, colpevole assenza, su questo blog, che pure stavo già imparando ad amare. Avevo lanciato un appello alla "dechiesizzazione" - con meritorie, credevo, finalità "inclusive" - che speravo sarebbe stato tenuto in seppur minima considerazione. Riapro queste pagine e mi accorgo che santi, gesù, madonne, preghiere, meditazioni hanno avviluppato ogni cosa come rami aggressivi delle più infestatanti delle piante. Senza risprmiare neppure le candide menti di due innocenti bambini. Vi lascio, quindi, fratelli. Questa non è la casa comune che speravo di poter costruire con voi. Ma almeno voi due, Iapino e Moralista, fondeteli i vostri due blog. Sarebbe un primo, importante passo sulla via della semplificazione del composito mondo del cattolicesimo informatizzato. Vi lascio, dunque, amici, con Altan: "Non voglio essere anticlericale. Ma poi mi chiedo: perché no?"

Alessandro Iapino ha detto...

"Non voglio essere anticlericale. Ma poi mi chiedo: perché no?"...perchè sennò perderai tutte le future elezioni politiche da qui al 3007! Detto questo, l'anticlericalismo è una virtù che dovrebbe appartenere ad ogni cristiano. Il clericalismo è una malattia della Chiesa e come tale va diagnosticata e curata. Oltretutto è una malattia contagiosa, infettiva. "Clericale" è chi dà credito eccessivo e soprattuto acritico ai propri chierici. Il guaio è che ognuno ha i propri. Che non portino una talare significa che è solo più difficile riconoscerli.