lunedì 1 dicembre 2025

Voi che restate

Vladimir Majakovskij, Poesie, BUR

A tutti. Se muoio non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi: il defunto non li poteva soffrire. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta [..] 
Come si dice,
l'incidente è chiuso:
La barca dell'amore 
si è spezzata contro gli scogli banali della quotidianità.

La vita e io siamo pari,
inutile elencare
offese, 
dolori,
torti reciproci. 
Voi che restate siate felici.

(Lettera, 12 aprile 1930)



lunedì 1 luglio 2024

L'abisso con gli occhi degli altri

Io guardo l'abisso con gli occhi degli altri. 

L'arte di legare le persone, di Paolo Milone (Einaudi) è un libro sulla follia scritto da un neuropsichiatra e ambientato in reparto di psichiatria (Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura, mi ritrovo a fare il lavoro che fa più paura a tutti).

Un libro estremo, eppure poetico nella sua capacità di guardare in faccia il dolore senza farsi annientare, restituendoci uno sguardo più vero e una parola più umana. 

Se non hai mai provato il dolore psichiatrico, non dire che non esiste. Ringrazia il Signore e taci.

La realtà descritta nel libro è dura, concretissima e drammatica, senza sconti (ad esempio le pagine sulla contenzione fisica), ma quello di Milone non è un saggio né un libro di denuncia: è "un'opera letteraria sulla salute mentale - commenta lo scrittore Nicola Lagioia - tra le più belle, inusuali e poetiche degli ultimi anni. Un libro unico". Letteraria è la sua struttura - che ricorda un diario ma senza vincoli cronologici - e la sua scrittura, sempre aderente alla realtà ma sempre aperta a possibili suggestioni, combinazioni, immagini e significati ulteriori.

Quando procediamo per entrare in Reparto 77, noi siamo come i pescatori che vanno al mare; prima di imbarcarci e prendere il largo, chiediamo le previsioni metereologiche. Calma piatta, mare mosso, molto mosso, agitato. Burrasca in arrivo. Sull'uscio ci fermiamo e ci mettiamo la cerata nel vento.

(...)

Il bene e il male che facciamo a un'altra persona si riverbera e si propaga in mille modi / tra i suoi parenti amici e conoscenti / e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti. / Sarà qualcosa di infinitesimo, un movimento atomico, / un'ombra, un fremito, ma esiste ma esiste e si diffonde nell'universo. / Vedi, Giulia, noi contribuiamo a migliorare o peggiorare l'universo / e, su questo, abbiamo una responsabilità.

(...)

Luciano, per essere più forte del dolore, / più forte della paura, / più forte del rancore, / ti sei fatto vento.

(...) 

Ma se non lo sanno i suicidi falliti perché hanno tentato di uccidersi, / come possiamo capirlo noi.

(...)

Le chiavi servono a chiudere la follia in Reparto 77 quando si torna a casa

(...)

Filippo, tu che ce l'hai fatta a passare, / e ora sei tutto graffi, sporco, sudore, dimmi com'è di là. Di là dove non c'è ragione. / Io curo grandi mappe della frontiera. / Per quali sentieri nascosti, per quali valichi, gole, precipizi, sei riuscito a passare? / Dimmi com'è di là.

(...)

I depressi usano l'indicativo passato: / io ho sbagliato, io non sono riuscito... / oppure il presente, ma con un profondo legame con il passato: io sono colpevole, io sono fallito. / Gli euforici usano l'imperativo: vieni, fai, compra / e usano il futuro: festeggeremo, conquisteremo, ci vedremo. / Gli schizofrenici sbagliano tutto: dicono io sono invece di io ero, io sarò, io sarei, io fossi. / I caratteriali, sempre all'imperativo: scrivi, dammi, ascoltami, ubbidisci. / I nevrotici sono persone deliziose che usano il condizionale: potrei, sarebbe così gentile... / o il congiuntivo: se fosse possibile, se fossi sicuro di non disturbarla... / Giulia, stai attenta alle persone al congiuntivo trapassato: se io fossi stato, se io avessi avuto. Sono le peggiori.

(...)

Chi è triste esce poco di casa, e spende meno di chi è allegro. / L'ideale per la società dei consumi è tutti allegri e nessuno triste. / La tristezza è uno stato mentale eversivo.

(...)

La società dei consumi non ha nulla da dire sulla morte / per il semplice fatto che i morti non consumano.

(...)

Poetico è il mal d'amore, il rimpianto, il lutto, / poetico è il dolore tragico che trova ragione, vendetta, riscatto, / impoetico è questo dolore, monotono, lento, insaziabile, sequestratore. / Poetica è la nostalgia, impoetica la depressione. / Poetica è la fantasia, impoetico il deliro. / Poetico è il timore, impoetica l'ansia. / Poetico il desiderio, impoetica la dipendenza. / La poesia non frequenta la Psichiatria, si ferma sulla soglia. / Dove non entra la vanga della poesia, zolle dure, secche, infertili e fredde. / Noi ci occupiamo del dolore impoetico.






sabato 29 giugno 2024

E nella morte vivremo

SENZA FINE

E nella morte vivremo, 
solo diversamente, con delicata dolcezza, 
dissolti nella musica; 
chiamati a uno a uno in corridoio, 
soli, seppure in schiere, 
come compagni di una stessa classe che si estende sin oltre gli Urali 
e arriva fino al Quaternario. Affrancati
dalle eterne discussioni politiche,
aperti e sinceri, liberi, anche se proprio allora
si chiuderanno sbattendo le persiane
e la grandine suonerà sul davanzale
la sua marcia turca, spavalda come sempre.
Il mondo delle apparenze non svanirà
d'un tratto, a lungo farà ancora
i capricci accartocciandosi come un foglio
umido gettato dentro il fuoco.
La sete di perfezione si avvererà
quasi contro voglia, eviterà tutti
gli ostacoli, come i Teutoni impararono
a eludere la linea Maginot. Cose
minime e dimenticate, aquiloni fatti
con la cartavelina più sottile, fragili foglie
degli autunni passati ritroveranno la loro
dignità immortale, e i grandi
sistemi vittoriosi si contrarranno
come il sesso di un gigante. Non ci sarà più
la nostalgia, perché raggiungerà se stessa, stupita
per aver così a lungo cacciato la propria
artica ombra. Neppure noi ci saremo,
poiché ancora non sappiamo
vivere a una simile altitudine.

(Adam Zagajewski, Dalla vita degli oggetti, Adelphi)





E poi mi camminasti sopra il cuore

Lungamente travolto dai marosi,

tu sia sbattuto contro Salmidesso,

nudo, di notte, mentre in noi fa quiete.

E spossato, con ansia della riva

tu rimanga a ciglio del frangente,

nel freddo, stringendo i denti,

come un cane, riverso sulla bocca;

e il flusso continuo dell'acque

ti copra fitto d'alghe.

Così ti prendano i Traci, che in alto

annodate portano le chiome,

e con loro tu nutra molti mali

mangiando il pane dello schiavo.

Questo vorrei vedere che tu soffra,

tu che m'eri amico un tempo

e poi mi camminasti sopra il cuore.


(Archiloco, All'amico d'un tempo)


Dai Lirici Greci, tradotti da Salvatore Quasimodo (Mondadori, 1951)




Profondamente tu dormi

Quando nell'arca regale l'impeto del vento

e l'acqua agitata la trascinarono al largo,

Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa

le mani su Perseo e disse: "O figlio,


quale pena soffro! Il tuo cuore non sa;

e profondamente tu dormi

così raccolto in questa notte senza luce di cielo,

nel buio del legno serrato da chiodi di rame.

E l'onda lunga dell'acqua del passa

sul tuo capo, non odi; né il rombo

dell'aria: nella rossa

vestina di lana, giaci; reclinato

al sonno il tuo bel viso.


Se tu sapessi ciò che è da temere,

il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.

Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete

abbia il mare; ed il male senza fine

riposi. Un mutamento


avvenga ad un tuo gesto, Zeus padre;

e qualunque parola temeraria

io urli, perdonami!

la ragione m'abbandona".


(Simonide di Ceo, Lamento di Danae)


Dai Lirici Greci, tradotti da Salvatore Quasimodo (Mondadori, 1951)


John William Waterhouse, Danae e Perseo ritrovati nella cassa (1892)


Non il muschio, né il tempo

Di quelli che caddero alle Termopili

famosa è la ventura, bella la sorte

e la tomba un'ara. Ad essi memoria

e non lamenti; ed elogio il compianto.

Non il muschio, né il tempo che devasta

ogni cosa, potrà su questa morte.

Con gli eroi sotto la stessa pietra,

abita ora la gloria della Grecia.


(Simonide di Ceo)


Dai Lirici Greci, tradotti da Salvatore Quasimodo (Mondadori, 1951)


Jacques-Louis Davis, Leonida alle Termopili (1815)


A me non dà quiete

Poi che raramente la Musa

allieta soltanto, ma rievoca

ogni cosa distrutta:


a me non dà quiete il dolce

sonante flauto dalle molte voci

quando comincia soavissimi canti.


(Stesicoro)


Dai Lirici Greci, tradotti da Salvatore Quasimodo (Mondadori, 1951)




Vino celeste

Venite al tempio sacro delle vergini

dov'è più grato il bosco e sulle are

fuma l'incenso.


Qui fresca l'acqua mormora tra i rami

dei meli: il luogo è all'ombra di roseti,

dallo stormire delle fronde stende

profonda quiete.


Qui il prato ove meriggiano i cavalli

è tutto fiori della primavera,

e gli aneti vi odorano soavi.


E qui con impeto, dominatrice, 

versa Afrodite nelle tazze d'oro

chiaro vino celeste

e insieme gioia.


(Saffo, Invito all'Eràno)

Dai Lirici Greci, tradotti da Salvatore Quasimodo (Mondadori, 1951)


Antoine-Jean Gros, Saffo a Leucade, 1801






Tramontata è la luna

Tramontata è la luna

e le Pleiadi a mezzo della notte;

anche giovinezza già dilegua,

e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l'anima mia Eros,

come vento sul monte

che irrompe entro le querce;

e scioglie le membra e le agita,

dolce amaro indomabile serpente.


Ma  a me non ape, non miele;

e soffro e desidero.


(Saffo)


Dai Lirici Greci, tradotti da Salvatore Quasimodo (Mondadori, 1951)




lunedì 10 giugno 2024

Posseduto dalla verità

Gustav Janouch, Conversazioni con Kafka. Uscito per la prima volta nel 1951, in seconda versione nel 1968, rappresenta un documento "unico e imperdibile", perché riporta pensieri e considerazioni inedite del grande scrittore praghese, raccolte in via colloquiale dal giovane Gustav, aspirante scrittore anche lui, in una frequentazione amicale e intellettuale risalente agli anni 20 del secolo XX. Il padre di Gustav era collega di Kafka presso l'Istituto di Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, luogo principale dove si svolgono la gran parte di queste conversazioni.

Franz Kafka parla di tutto: la scrittura, l'arte, la verità, la guerra, la società, l'ebraismo, la fede, la malattia, la sua personale condizione esistenziale.
Ne emerge un ritratto intenso e misterioso dello scrittore - un "santo posseduto dalla verità" - che offre al lettore inesauribili spunti di riflessione.

venerdì 10 maggio 2024

Il tribunale

Il tribunale non vuole niente da te. Ti accetta quando vieni, e ti lascia andare quando vai.

Franz Kafka, Il processo (1924)

giovedì 2 maggio 2024

L'urlo del lupo

Vino e pane, di Ignazio Silone, scritto tra il 1936 e il 1937, romanzo cristologico antifascista.

***

"Si hanno notizie di Luigi Murica?" domandò don Paolo. "È ancora in carcere?"
"È morto ieri".
"Consummatum est" disse don Paolo.
[...] 
"Luigi aveva scritto su un pezzo di carta: la verità e la fraternità regneranno tra gli uomini al posto della menzogna e dell'odio, il lavoro regnerà al posto del denaro. Quando l'hanno arrestato gli hanno trovato quel biglietto che egli non ha rinnegato. Nel cortile della caserma della milizia di Fossa gli hanno perciò messo in testa un vaso da notte in luogo di corona. Quest'è la verità, gli hanno detto. Gli hanno messo una scopa nella mano destra in luogo di scettro. Quest'è la fraternità, gli hanno detto. Gli hanno poi avvolto il corpo in un tappeto rosso raccolto da terra, l'hanno bendato e i militi se lo sono spinto a pugni e a calci tra loro. Quest'è il regno del lavoro, gli hanno detto. Quando è caduto per terra gli hanno camminato di sopra, pestando coi talloni ferrati. Dopo questo inizio d'istruttoria, egli è vissuto ancora un giorno"

[...]

Il vecchio Murica (il padre di Luigi) in piedi, a capo del tavolo, dava da bere e da mangiare agli uomini attorniato. 
"È lui" egli disse "che mi ha aiutato a seminare, a sarchiare, a mietere, a trebbiare, a macinare il grande di cui è fatto questo pane. Prendete e mangiate, quest'è il suo pane".
Altri arrivarono. Il padre versò da bere e disse: "È lui che mi ha aiutato a potare, insolfare, sarchiare, vendemmiare la vigna dalla quale viene questo vino. Bevete, quest'è il suo vino". [...]
"Il pane e il vino della comunione" disse un vecchio. "Il grano e l'uva calpestati. Il corpo e il sangue".

***

A un certo momento una voce rispose da lontano, ma non era voce umana.oareva il guaito d'un cane, ma più acuto e prolungato. Probabilmente Cristina lo riconobbe. Era l'urlo del lupo. L'urlo della carnaccia. Il richiamo agli altri lupi sparsi sulla montagna. L'invito al banchetto comune. Attraverso il nevischio e l'oscurità della notte incipiente, Cristina vide accorrere una belva verso di lei, apparendo e sparendo velocemente, attraverso I fossati di neve. Da lontano ne vide apparire altre. Allora s'inginocchiò, chiuse gli occhi e si fece il segno della croce.

 

domenica 28 aprile 2024

Finita infinità

1695

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima davanti a se stessa –
finita infinità.

Emily Dickinson

∗∗∗

1695

There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself –
Finite infinit.

domenica 14 aprile 2024

Il limite

Quel limite estremo al di là del quale nell'uomo non rimane più niente di umano.

Varlam Salamov, I racconti di Kolyma.

In nulla la morte - questo avevamo capito - era peggio della vita, e non temevamo né l'una né l'altra.

[...]

Ci lasciavamo trascinare dalla corrente, e stavamo per toccare il fondo, come si dice nel lager. Ci era facile vivere secondo la volontà altrui, non vi era nulla che poteva intimorirci. Non badavamo neanche a tenerci in vita, e dormendo non facevamo altro che sottostare a un regolamento, all'orario in vigore. L'ottundimento dei sentimenti come mezzo per raggiungere la tranquillità interiore.

[...]

"Il lavoro è una questione d’onore, gloria, coraggio, eroismo", queste indimenticabili parole campeggiavano su tutti i portoni dei lager dell'Unione Sovietica [...] In calce a quella scritta c'era il cognome dell'autore della citazione... Una citazione che suonava veramente grottesca, ribaltando il vero significato che la parola "lavoro" assumeva nei lager, dove lavoro significava tutto, fuorché onore, gloria ed eroismo.

Cristo morto sostenuto da un angelo

Antonello da Messina, Cristo morto sostenuto da un angelo (1475-76), Museo del Prado, Madrid.

venerdì 1 marzo 2024

Analogie

Analogie agghiaccianti. 

Ad Auschwitz campeggiava sul cancello d'ingresso la scritta: "Arbeit macht frei" (il lavoro rende liberi). 

Nei gulag sovietici uno slogan simile: "Il lavoro è una questione d’onore e di gloria".



Forse eri tu

Mentre al sole pulivi le reti

e gli ami preparavi ad uno ad uno,

nisciuno mai ti sentì parlare:

solo un grazie p' o' ccafè, con un sorriso.

Pareva che 'l mare t'avvesse insegnato il silenzio.

O fors'eri tu, che l'avess' imparat' a iss'.

(A zio Mario)